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REPERTI ARCHEOLOGICI

NECROPOLI DI POGGIO PICENZE (AQ)
I giornalisti, si sa, sono di plastica e non avvertono emozioni, se non di fronte alla notizia. Meglio se cattiva notizia. Oggi, alcuni di loro hanno avuto un fremito, si sono accorti di avere un cuore oltre che una fotocamera e un portatile collegato in rete.
E' stato quando una possente ruspa ha sollevato, delicata, il lastrone che chiudeva una tomba a camera, scavata appena l'altro ieri nella necropoli di Poggio Picenze. Sì, un'altra, presso quella di Fossa: i cimiteri dell'antica - e grande - città di Aveja, l'odierna Fossa. Già trovate o localizzate almeno 60 tombe: a tumulo (antichissime, settimo-ottavo secolo a.C.), a fossa (meno antiche) e a camera, più recenti (I-II sec. a.C.). Appunto a camera è la tomba aperta questa mattina dall'archeologo Vincenzo D'Ercole e dalle sue collaboratrici della Vestea.
"Di solito - spiega D'Ercole - nelle tombe troviamo terriccio, detriti, resti e oggetti: si sono riempite nel corso dei millenni. Questa, dedicata ad una persona ricca, l'abbiamo trovata vuota guardando da un pertugio laterale. Caso raro, la prima volta in Abruzzo".
Un portaprofumi di 2100 anni fa
Per questo ai giornalisti è toccato di assistere all'apertura, al momento in cui il Sole ha accarezzato - dopo 2100 anni - le ossa fragili e minute di una donna, una fanciulla, visto che la prima cosa saltata fuori è un piccolo portaprofumi. Altri oggetti tondeggianti ("Vedo come delle palline" ha detto pragmatica una collega, dopo aver scrutato nella tomba), e probabilmente monili, si spera anche un letto o un giaciglio ornato di osso scolpito, potrebbero venire fuori dopo i primi scavi superficiali nel "pavimento" della tomba. L'ambiente funerario, sormontato da pietre, con soffitto a botte, è a forma di "L" molto tozza. Architrave e pareti perfettamente conservati, intonaco a posto, lastre levigate. La tomba, come le altre, si trova lungo una strada forse basolata che conduceva alla necropoli: un viale del cimitero, insomma. Lontano un paio di chilometri, il sito di Aveja a Fossa, e l'altro cimitero, la necropoli diciamo numero 1.
E' una tomba femminile del II secolo a.C. quella mostrata questa mattina nella Necropoli di Varranone, nel cantiere della società Edimo, a Poggio Picenze (AQ).
La scoperta ha riservato non poche sorprese, a cominciare dal fatto che è arrivata fino a noi ancora sigillata, senza che la terra l'abbia riempita nel corso dei secoli, come è accaduto per tutte le altre tombe scavate fino ad ora in Abruzzo.
Così una volta sollevata la Pietra Sepolcrare che l'ha custodita fino ad oggi l'emozione è stata tanta. Nello spazio del sepolcro il primo raggio di sole dopo 2100 anni ha rivelato il contenuto: alcune ampolline porta profumo, brocche e pedine da gioco e una bella lucerna i primi oggetti di un luogo che sarà comunque scavato e studiato fin nei minimi dettagli. «Già da questi primi indizi – ha spiegato l'archeologo Vincenzo D'Ercole della Soprintendenza Archeologica per l'Abruzzo – possiamo asserire che si tratta di una sepoltura femminile del popolo dei Vestini.
Anche lo scheletro, vista la dimensione ridotta delle ossa, rafforza questo dato. Una tomba di una donna molto ricca e che occupava una posizione privilegiata, vista la maestosità della sepoltura e la vicinanza con la strada romana che costeggia questa necropoli; quasi sempre, infatti, - continua D'Ercole – le tombe dei personaggi più importanti venivano posizionate nei pressi della via principale».
Gli scavi alla Necropoli di Varranone, situata vicino quella di Fossa, sono iniziati da pochi giorni, dopo il lavoro di ricognizione tramite elicottero del Nucleo Tutela del Patrimonio dei Carabinieri iniziato nel 2003 che ha evidenziato la presenza di una sessantina di tombe e si stanno effettuando grazie al contributo proprio della ditta Edimo.
 
«Questa nuova Necropoli – aggiunge D'Ercole – è molto simile a quella di Fossa. Presenta tombe a camera a tumulo e a fossa, collocabili in un periodo che va dall' VIII al I secolo a.C. e fa riferimento all'antica città di Aveja i cui resti sono ancora visibili alle pendici del vicino Monte Cerro. Per il momento – conclude l'archeologo della Soprintendenza – stiamo scavando grazie alla disponibilità di un privato, per il futuro auspichiamo un po' di attenzione da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali affinché si possa ricostruire anche la storia di questa ultima necropoli che un ulteriore tassello nella costruzione della Via dei Vestini». La lastra funeraria di pietra bianca, custode di un tesoro sepolto da più di duemila anni, è stata sollevata in pochi minuti, ieri mattina, dal braccio di una ruspa, e ha restituito agli sguardi increduli degli archeologi, una tomba a camera risalente al II secolo avanti Cristo, ancora intatta.
È la prima sepoltura del periodo rinvenuta in Abruzzo, con il vano interno libero dalla terra, e appartiene alla necropoli di Varranone, individuata nel territorio di Poggio Picenze, a pochi chilometri dall'Aquila, in una zona non molto distante dalla città funeraria di Fossa, all'interno del cantiere della Edimo costruzioni.
Sono stati proprio gli operai della ditta, qualche giorno fa, a fare l'importante scoperta archeologica, dove è in costruzione un megacapannone in quella che dovrebbe diventare un'area di stoccaggio industriale.
Lo scavo archeologico è stato eseguito dalla Soprintendenza, a cui è affidato il monitoraggio dell'area durante l'ampliamento della costruzione, in collaborazione con la cooperativa Vestea.
I lavori di scavo, diretti dall'archeologo Vincenzo D'Ercole e finanziati proprio dall'impresa Edimo, hanno portato all'identificazione di una ventina di nuove tombe (ancora non scavate) appartenenti alla necropoli di Varranone, che già lo scorso anno aveva restituito 60 sepolture.
L'estesa necropoli, insieme a quella di Fossa, faceva riferimento all'antica città romana di Aveja, che sorgeva con molta probabilità alle pendici del vicino Monte Cerro.
La città funeraria conserva sepolture che possono essere datate tra l'VIII e il II secolo avanti Cristo.
Proprio una tomba a camera del II secolo avanti Cristo, la numero 60, è stata aperta di recente.
Gli archeologi avevano già pulito l'ingresso della sepoltura, costituito da una breve scalinata ancora ben visibile, quando gli operai della Edimo, con una ruspa, hanno provveduto a sollevare la pesante lastra di pietra che chiudeva la camera funeraria. Illuminato dal sole particolarmente caldo della mattinata di ieri, il vano interno della tomba è apparso ben conservato, con chiari segni di intonaco sulle pareti e la volta a botte non ancora crollata.
L'interno della sepoltura ha restituito le ossa di una donna accompagnate da un ricco corredo: alcune ampolline porta profumo, brocche, pedine da gioco e dadi.
«Possiamo affermare con certezza che si tratta di una sepoltura femminile», ha spiegato D'Ercole, «lo testimoniano gli oggetti del corredo funebre e lo scheletro di dimensioni ridotte. La proprietaria della tomba doveva essere una donna molto ricca, con una posizione agiata all'interno della società dei Vestini».
«La necropoli di Varranone», sottolinea il direttore degli scavi, D'Ercole, «insieme alle altre del territorio, testimonia come questa antica popolazione dell'Abruzzo interno godesse di notevoli privilegi: spesso, infatti, utilizzava le zone di pianura per le proprie necropoli, anziché sfruttarle per l'agricoltura».

NECROPOLI DI FOSSA (AQ)
I letti funerari in osso della necropoli di Fossa (Aq)
I letti funerari in osso della necropoli di Fossa (Aq) sono certamente il rinvenimento più interessante che sia stato fatto a riguardo da almeno dieci anni ad oggi. Lo studio dei letti funerari dal punto di vista tipologico, iconografico e ricostruttivo è stato affrontato e portato avanti negli ultimi venti anni da molti studiosi che hanno posto le basi per una ricerca scientifica su questi esemplari. Le molteplici proposte di studio sono state rivolte all’individuazione delle caratteristiche specifiche dei vari tipi di letti. L’indagine è stata focalizzata soprattutto sul modo di realizzazione di questi esemplari, sul tipo di produzione, le botteghe e gli artisti, anche se, in un secondo momento, grazie alle fonti letterarie e alle testimonianze dei reperti, si è tentato un confronto fra i letti stessi, in cerca dei modelli che li avevano ispirati. Infine la ricerca è stata indirizzata verso l’interpretazione della simbologia funeraria presente nella decorazione di questi manufatti.
L’analisi antroposociologica sembra al contrario non aver costituito un interesse precipuo della ricerca: infatti non ci si è mai soffermati, forse per mancanza di dati, a studiare attentamente i contesti di rinvenimento dei letti funerari. La comprensione del rito funerario in rapporto all’uso del letto in ambito locale è viceversa un dato fondamentale che non va perso di vista.
Diverse notizie sul ritrovamento di letti funerari sono state affidate tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 alla rivista di Notizie degli Scavi di antichità, con relazioni che però hanno il difetto di essere molto diaristiche e, nella maggior parte dei casi, poco utili alla documentazione scientifica.
Una pietra miliare per la conoscenza e la classificazione dei letti è certamente lo studio di C. Letta, che, partendo dall’esame analitico della struttura della decorazione sia dei letti in avorio che di quelli in osso, ne ha fornito un metodo di lettura.
Per oltre un decennio l’interesse verso i letti in osso è rimasto sopito, ma negli ultimi anni ci sono state nuove pubblicazioni.
Nel recentissimo lavoro di Chiara Bianchi sui letti in osso della necropoli di Cremona si tenta, attraverso una attenta documentazione, di risalire ai centri di produzione dei letti di un’area che resta fuori dall’orbita commerciale.
Il rinvenimento dei letti in osso della necropoli di Fossa ed il confronto con quelli della vicina necropoli di Bazzano evidenziano un quadro complesso dell’Abruzzo in età ellenistico – romana. La scoperta integra le nostre conoscenze sui costumi funerari dell’epoca e sui significati religiosi e sociali che concernevano l’uso di questi letti.
Inoltre la presenza di simili oggetti di lusso va letta come un significativo documento del tenore dei manufatti circolanti nell’area aquilana in epoca romana e permette di chiarire meglio i rapporti con le più grandi e ricche città del centro Italia in cui essa gravitava. Da questo dato si può, forse, dedurre anche il compito svolto presso i popoli Vestini dalla romanizzazione.
 
Le tombe della fase ellenistica
E’ possibile delineare il quadro della fase ellenistico - romana della necropoli di Fossa attraverso l’analisi di circa centocinquanta tombe, escluse quelle neonatali, che permettono di conoscere il costume funerario locale nel periodo compreso fra la metà del IV a.C. ed il I sec. a.C.
Il tipo prevalente di sepoltura è sicuramente quello a fossa, che fu utilizzato con continuità per quattro secoli in tutta la necropoli senza alcuna volontà distintiva di tipo sessuale o di classe.
Solo intorno alla fine del III sec. a.C. sembra esserci un primo tentativo di monumentalizzazione, o perlomeno di diversificazione, delle strutture tombali.
Un elemento che certamente differenzia queste tombe dalle normali fosse terragne è la lucerna, la cui presenza testimonia una ormai diversa concezione del sepolcro come ambiente delimitato in uno spazio vuoto costruito rispetto ai riempimenti in terra e pietra della semplice fossa. Bisogna infatti considerare che nelle fosse lo spazio vuoto fra il piano d’inumazione ed il tavolato ligneo di copertura era solo quello strettamente necessario ad ospitare l’ingombro di un corpo umano disteso (25-30 cm) mentre nelle tombe a cassone lo spazio vuoto si dilatava in altezza raggiungendo a volte le dimensioni necessarie a permettere l’accesso ad un uomo in piedi (150-200 cm).
Il ritrovamento di numerosi chiodi, staffe, angolari e perni all’interno di queste sepolture rafforza l’ipotesi dell’intento costruttivo.
Questo sistema di seppellire fu affiancato più tardi, intorno agli inizi del II sec. a C., da tombe a camera costruite ed elevate in alzato a circa due metri dal terreno. Finora le tombe a camera rinvenute e portate alla luce sono otto, ma solo in cinque di esse  sono stati ritrovati i letti con decorazione in osso.
Sembra che la disposizione di queste tombe rispetti un preciso piano ordinatore: di fatto sono disposte ad angolo retto, probabilmente in asse con la strada, secondo una lottizzazione della necropoli creata da coloro che ne usufruivano. Le camere sono costruite, in alcuni casi su crepidini di sepolture più antiche, dai quali hanno prelevato e reimpiegato il materiale da costruzione. Nel caso della tomba 124 si nota, accanto ai blocchi in opera quadrata, una lastra concava sul lato sud orientale di sicuro riutilizzo.
Queste tombe hanno una struttura ricorrente: la pianta esterna e il vano interno sono irregolarmente rettangolari, mentre le pareti esterne sono realizzate in opus incertum con blocchi litici, di dimensione variabile, cementati da malta e pietrisco.
La copertura non si presenta piana in tutte le tombe: a volte sono utilizzate pietre squadrate e piccole lastre, altre volte è ottenuta accostando due o più lastre litiche.
All’interno le pareti sono intonacate, anche se ne restano poche tracce. Il pavimento della tomba è solitamente in ghiaino pressato oppure è costituito da uno strato sabbioso, che presenta una o più buche nel terreno, all’interno delle quali vengono solitamente deposti i resti di sepolture precedenti. Effettivamente le tombe a camera di Fossa non vennero utilizzate per una sola sepoltura: i resti antropologici testimoniano due o tre momenti di frequentazione, per cui è probabile ipotizzare che una stessa famiglia, nel corso degli anni, deponesse i propri defunti all’interno della medesima tomba. Solo la tomba 1 (Scavi Usai) pare sia stata destinata ad un’unica deposizione, almeno in base ai dati esistenti, ma è credibile che al momento dello scavo non si sia scesi in profondità fino alla buca di riduzione.
Le prime tombe a camera vengono costruite all’inizio del II sec. a.C. ed hanno una continuità di utilizzo maggiore rispetto alle successive. In un secondo momento, intorno alla metà del II sec. a.C. sembra esplodere il “fenomeno” della tomba costruita in alzato (tt. 124, 516), simbolo e ricordo delle famiglie emergenti di una certa comunità, mentre fra gli ultimi decenni del II a.C. e la prima metà del I a.C. si hanno le ultime testimonianze.
E’ interessante sottolineare però che proprio nel periodo in cui comincia l’utilizzo delle tombe a camera c’è un’inflessione nel numero delle sepolture.
L’abitudine di deporre all’interno delle camere i catafalchi funebri è certamente più tarda: dall’inizio del I sec. a.C. fino ai primi anni dell’impero.
E’ pur vero che all’interno delle tombe a camera non sempre troviamo catafalchi funebri con decorazioni in osso, per cui si ipotizza che gli inumati fossero posti sopra letti semplici, fercula, costituiti da assi di legno bloccate da chiodi, di cui abbiamo numerose testimonianze. In relazione a ciò bisogna ipotizzare che solo alcune delle famiglie, che in precedenza avevano avuto la possibilità di costruire tombe a camera, avevano mantenuto lo stesso status, tale da permettere anche l’acquisto di un oggetto così pregiato.
 
I corredi
Appare spesso più facile comprendere il significato e la complessità di alcuni fenomeni solo partendo da un chiaro quadro di riferimento, pertanto sembra utile mostrare come si è articolata la necropoli di Fossa nei quattro secoli considerati (IV – I sec. a.C.), soffermandosi in particolare su quelli centrali che hanno offerto più materiale di studio.
Dall’analisi dei corredi risulta evidente una netta distinzione in due fasi della necropoli: la prima inerente alle deposizioni databili fra la metà del IV e la fine del III sec. a.C., la seconda circoscritta tra gli ultimi anni del III a.C. ed i primi decenni dell’età imperiale.
Per ciò che attiene la prima fase si osserva come l’elemento costante, e che resterà tale anche nel secondo periodo, sia l’olla globulare, deposta il più delle volte ai piedi dell’inumato, ed affiancata alternativamente da pocula, coppe o skyphoi. Accanto ai materiali ceramici è frequente la presenza di ornamenti personali come armille, anelli, fibule e vaghi di collana, che si trovano indistintamente sia in tombe femminili che maschili. Al contrario una netta distinzione sessuale sembra presente nell’utilizzo di nettaunghie da parte delle donne e di pinzette da parte degli uomini .
La seconda fase (III - I a.C.) sembra avere inizio proprio con la costruzione delle tombe a cassone in cui oltre ad una maggiore quantità di oggetti ceramici si comincia a trovare anche l’associazione, che sarà poi ricorrente, di coltello- spiedo- kreagra.
La ricchezza e complessità del materiale ceramico delle tombe a cassone e delle tombe a camera distingue certamente questa seconda fase di vita della necropoli. Alla ormai consueta associazione olla - olletta si accosta anche il binomio piatto- coppa e balsamario- pisside, mentre scompaiono del tutto gli elementi dell’ornato personale.
Il corredo presente nelle tombe a camera è molto ricco ed eccelle rispetto alle coeve deposizioni a fossa non tanto per la varietà delle forme quanto per la quantità delle stesse e la presenza di particolari oggetti. Un elemento distintivo e certamente di grande importanza è il letto funerario, che però non è stato rinvenuto in tutte le camere sino ad ora scavate .
Nelle sepolture è attestato il vasellame da banchetto, deposto, il più delle volte, presso le gambe o ai piedi del defunto: sembra attendibile la ricostruzione di un corredo - base per ogni deposizione a partire dai materiali ricorrenti. Nei corredi delle tombe a camera è frequente l’associazione di un piatto e di una coppetta in vernice nera, che a volte è sostituita o accompagnata da una ciotola a vasca più ampia. Questi due oggetti sono ovviamente legati alla sfera del banchetto e della mensa, riproposta nel corredo funebre. Solitamente i vasi in vernice nera si rinvengono vicini: a volte la coppetta è posizionata dentro al piatto, testimoniando il significato strettamente simbolico di tale vasellame.
Altre forme rinvenute sono la lagynos che sostituisce lo skyphos, presente più frequentemente nelle tombe a cassone, e le anforette, che si trovano esclusivamente nelle camere, peraltro in tutti i momenti deposizionali, sia nelle riduzioni che nell’ultimo piano di inumazione sul pavimento della camera.
I vasi a pareti sottili non compaiono fra il materiale ceramico del corredo, ma alcune forme di ceramica comune sembrano imitare proprio questo tipo. Tale imitazione sembra frequente nei bicchieri in ceramica da mensa che presentano pareti molto sottili e lavorate al tornio, pur distinguendosi per le forme.
Un elemento sempre, anche se non esclusivamente , associato alla deposizione in tomba a camera con letto funebre è lo strigile in ferro.
Lo strigile, finora ritenuto un oggetto legato solamente alla sfera maschile, serviva alle donne oltre che per detergere anche per togliere una quantità eccessiva di unguento profumato sulla pelle prima di indossare gli abiti. Il tipo più comune nelle tombe si presenta come un cucchiaio lungo e stretto piegato a gomito, la ligula, con un manico ricurvo, il capulus, senza traccia di decorazione. Dal momento che nelle sepolture si trovano solitamente due o tre strigili dall’immanicatura diversa si può ipotizzare una vera e propria differenziazione fra strigili maschili e femminili, ma anche pensare alla presenza di un set che comprendesse strumenti di varie misure in base all’esigenza.
E’ interessante notare che all’interno di una tomba a camera gli strigili si trovano non solo nella deposizione principale, ma anche in quelle più antiche, a testimonianza di una continuità d’uso. Accompagna questo oggetto per la pulizia personale il balsamario, sia quello fusiforme che quello piriforme, prevalentemente in ceramica comune, di cui troviamo spesso un set di esemplari di varie dimensioni; all’interno di due tombe a camera è stata trovata anche la pisside miniaturistica in vernice nera. L’associazione di balsamari e strigili è giustificabile in quanto sono utilizzati insieme per la pulizia e la cosmesi del corpo.
Alla sfera femminile sono comunque riconducibili l’ago crinale e lo specchio, che si rinviene in modo esclusivo nelle tombe a camera. Nella tomba a camera sono stati recuperati balsamari e specchio accanto ad una borchia in bronzo a pelle di bue, probabile elemento di chiusura di una cassetta in legno . E’ evidente che l’individuo adagiato sul letto aveva fra gli oggetti personali anche una sorta di cofanetto, kibotion, che conteneva gli strumenti di bellezza.
Nel corredo delle camere si trovano accanto alle lucerne, presenti anche nelle tombe a cassone, i thymiateria in ferro, che probabilmente erano stati utilizzati durante la cerimonia funebre e poi lasciati in situ al momento della chiusura della tomba. Bisogna notare però che all’interno di una tomba non si trova una singola lucerna per ogni individuo, ma una per ciascun momento deposizionale. Infatti ci sono cinque inumati e soltanto tre lucerne, che documentano come il loro utilizzo fosse legato al rito della sepoltura e non alla persona defunta.
Un elemento interessante e distintivo del corredo delle tombe a camera rispetto a quelle a fossa è rappresentato dalla presenza di numerose pedine in pietra e dadi in osso. Tali oggetti non sono in associazione esclusiva con i letti in osso, dal momento che sono stati rinvenuti anche nelle camere che ne sono prive.
Sono possibili confronti con la vicina necropoli di Bazzano (Aq), dove però sia le pedine che i dadi accompagnano anche il corredo di tombe a fossa. Le tombe di Fossa hanno restituito circa sessantacinque pedine ed una ventina di dadi: in particolare nella t.1 sono stati rinvenuti piccoli elementi in osso di forma romboidale, che potrebbero essere interpretati come speciali pedine da gioco o meglio come parti di una scacchiera di piccole dimensioni. Le pedine rinvenute hanno una forma semisferica a base piatta e sono realizzate in pietra tenera, ma anche, come nel caso della tomba 63, in pasta vitrea colorata. Numerosi sono i colori delle pedine: prevalgono il bianco, il nero ed il rosa, ma sono presenti anche il marrone, il grigio ed il blu. Il diverso colore delle pedine potrebbe corrispondere al valore assegnato ad esse durante il gioco oppure potrebbe indicare la posizione all’interno di una supposta tabula lusoria.
I dadi recuperati sono tutti in osso e di dimensioni pressoché identiche; sulle facce recano numeri impressi con punti coronati. All’interno di una tomba si rinvengono al massimo tre dadi, per cui si può supporre che il gioco prevedesse l’utilizzo di una terna.
Il ritrovamento di dadi e pedine insieme e nella stessa tomba può essere giustificato ipotizzando l’esistenza di un gioco che prevedesse l’utilizzo combinato di entrambi, come l’attuale gioco dell’oca.
E’ significativo che in molte tombe sia le pedine che i dadi siano stati ritrovati vicino alla mano dell’inumato o in prossimità degli arti superiori, forse ad indicare una consuetudine al gioco da parte del defunto.
Il significato della presenza di questi instrumenta può essere solo ipotizzato, dal momento che l’identificazione del personaggio a cui appartenevano è alquanto difficile e destinata a rimanere nel campo delle ipotesi. E’ certo che tali oggetti di ampia diffusione avevano una funzione esclusivamente ludica ed erano diletto soprattutto di persone di alto rango che potevano permettersi il tempo ed il lusso del gioco.
Una importante testimonianza è data dai ritrovamenti pompeiani: l’enorme quantità di reperti ludici conservati ha permesso il confronto ed una migliore conoscenza di questi oggetti .
Dall’analisi del corredo di accompagno risulta evidente che la deposizione in una tomba a camera presenta un contesto più ricco rispetto alle tombe a fossa dello stesso periodo. Ad un’attenta osservazione appare chiaro un processo di standardizzazione per quei manufatti “comuni” alle deposizioni a fossa e a camera . Dunque il corredo, che in qualche modo rispecchiava la ricchezza in vita dell’individuo, permette di fornire indicatori certi dello status dei vari segmenti in cui era articolato il popolo vestino.
Si distinguono, verosimilmente, più livelli sociali in base alle deposizioni: dal ceto basso delle tombe a fossa a quello medio delle tombe a cassone fino a quello elevato delle strutture tombali a camera.
 In tal senso va letta la presenza del letto funebre, in quanto simbolico elemento distintivo per le famiglie di ceto “aristocratico”, alle quali la collettività riconosceva un ruolo prestigioso.

La natura decisamente particolare del mobile suggerisce alcuni caratteri del personaggio che lo utilizzò: innanzitutto relativamente all’adesione che questi accordò ad un rituale funerario che prevedeva un cerimoniale piuttosto elaborato, certo finalizzato ad esaltare la figura del defunto mediante la deposizione delle spoglie su un oggetto tanto prezioso , probabilmente caricato anche di valenze simboliche attraverso il contenuto del ricco apparato figurativo.
Si ha la netta impressione che le deposizioni in fosse semplici avessero carattere piuttosto individuale, di rilevanza privata o al massimo familiare, mentre le cerimonie con l’utilizzo del letto, relative alle sepolture in tombe a camera, avessero una valenza pubblica, investendo probabilmente l’intera comunità quasi come fossero funerali di stato.
La sola analisi dei corredi, pur aiutando a chiarire alcuni aspetti del costume funerario, non esaurisce il difficile problema del significato e dell’attribuzione del manufatto in osso al singolo inumato. In ciò risulta un efficace alleata l’indagine antropologica degli individui rinvenuti nelle tombe a camera. Le sepolture della necropoli vestina, esclusivamente ad inumazione, quindi non intaccate dal fuoco come avviene per le incinerazioni, hanno reso più facile il compito di chi ha studiato ed analizzato i reperti ossei. Se per le tombe scavate precedentemente in ordine di tempo era possibile sostenere un’attribuzione per via matrilineare delle tombe a camera con o senza letto funebre, ora alla luce delle nuove scoperte risulta difficile provarlo.
 
AMITERNUM e le catacombe DI SAN VITTORINO - L'Aquila
Percorrendo la strada statale 80 che da L' Aquila conduce ad Amatrice, costeggiando il fiume Aterno, si impongono all' attenzione dei viaggiatori le possenti rovine dell' antica città sabina di Amiternum. Del suo fiorente passato si possono ammirare i resti del teatro, con una "cavea" dall' acustica perfetta, ricavata dal fianco di una collina. La scena conserva ancora degli elementi strutturali. Le murature sono in opera quasi reticolata e permettono di datare la struttura all' epoca augustea.

Dalla parte opposta, a sinistra della strada principale, sorge l' anfiteatro che conserva l' intero perimetro e le murature in laterizio. Il monumento è databile al I sec. d.C., anche se vi sono stati, nel corso del tempo adattamenti e rifacimenti.
Nei pressi dell' anfiteatro, gli archeologi hanno riportato alla luce una struttura tardo romana, di carattere pubblico, affiancata da una serie di ambienti mosaicati ed affrescati, disposti attorno ad un ampio cortile porticato.
 
Risalendo verso il borgo di San Vittorino, nel cuore della chiesa romanica di San Michele, il visitatore scopre le catacombe dedicate a San Vittorino. Il cimitero sotterraneo si è sviluppato attorno alla tomba del Santo, risalente al V sec.; un' iscrizione ricorda che fu fatta edificare dal vescovo Quodvultdeus. Un primo vano è databile all' epoca romana, con lacerti di muro in opera reticolata ed incerta. Negli altri ambienti sono stati ritrovati resti umani di cristiani che vollero essere sepolti vicino alla tomba del Santo.
 
PELTUINUM – PRATA D’ANSIDONIA (AQ)
Il sito di Peltuinum, il cui territorio è oggi compreso nei comuni di Prata d'Ansidonia e San Pio delle Camere, è inserito in un paesaggio unitario: la lunga vallata di Popoli mantiene quasi intatti i sistemi di comunicazione antichi (compreso l'asse tratturale) con tutti gli originari collegamenti tra castelli, borghi e pievi; è incorniciato a nord dal massiccio del Gran Sasso e a sud dal gruppo montuoso Sirente-Velino, vicino ai quattro grandi Parchi.
La collocazione territoriale, esaltata dalla consistenza monumentale, focalizza l'attenzione, trasferendo il suo antico ruolo di punto commerciale nella rete viaria della transumanza in un nuovo ruolo di polo turistico che unisce l'interesse archeologico a quello ambientale nella stessa centralità topografica che aveva fatto la sua fortuna nell'età antica.
Peltuinum è infatti facilmente raggiungibile da Roma, L'Aquila, Chieti, Pescara, ben servita da strade veloci (autostrada A24 e Provinciale 17). vicina ai grandi Parchi d'Abruzzo, equidistante dai mari.
 
La storia della città
La città di Peltuinum, fondata fra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C. nel territorio abitato dal popolo dei Vestini, si estende su un pianoro sopraelevato rispetto all'Altopiano di Navelli emergente tra la valle dell'Aterno e quella del Tirino, naturali vie di attraversamento dell'Appennino Abruzzese. La città aveva un ruolo, sia politico che economico, strategico nel controllo dei traffici commerciali legati ai percorsi della transumanza; anche in tempi più vicini a noi il pianoro era attraversato in senso E-O dal Regio Tratturo Borbonico, le cui strutture doganali si sono insediate sul
sistema di ingresso della città romana.
La vita della città termina intorno al IV secolo, forse a causa di un terremoto più forte di quelli che si verificavano di frequente. Alla fase di abbandono segue poi un'intensa attività di spoliazione del materiale edilizio, come confermano i numerosi frammenti di decorazioni architettoniche, capitelli, colonne, grandi blocchi calcarei, sicuramente provenienti dagli edifici della città romana, riutilizzati nelle chiese e nei castelli medievali della vallata (in particolare nelle chiese di San Paolo a Peltuinum, Prata d'Ansidonia, Bominaco).
 
Le ricerche tra passato e futuro
Le prime campagne di scavo nella città furono condotte tra il 1983 e il 1985, in collaborazione fra la cattedra di Topografia dell'Italia antica dell'Università "La Sapienza" di Roma, la Soprintendenza archeologica d'Abruzzo, la Comunità Montana e gli Enti locali. La presenza di strutture emergenti dal livello del terreno nell'area centro-meridionale del pianoro, ha fatto sì che fosse data particolare attenzione a quello che poi si è rivelato essere un imponente complesso teatro-tempio, che riprende modelli architettonici e urbanistici tipici della Roma augustea.
 
Gli scavi misero in luce il tempio con il portico a tre bracci che lo circondava, e parte del teatro. Tra il 1986 e il 1996, la Soprintendenza ha quindi realizzato lavori volti al consolidamento e alla valorizzazione delle strutture note. Durante questo periodo si svolsero altre campagne di scavo che misero in evidenza il settore meridionale del teatro, su cui insisteva un piccolo apprestamento fortificato, interessante testimonianza della storia della Peltuinum medievale.
Tra il 2000 e il 2002 le campagne di scavo si sono concentrate nell'area del teatro, portando in luce: parte delle gradinate per gli spettatori e del sistema di smaltimento delle acque meteoriche, le fondazioni della metà settentrionale dell'edificio scenico, la camera di manovra del sipario, il portico che chiudeva il complesso teatrale offrendo agli spettatori riparo dalla pioggia e dal sole in occasione delle rappresentazioni. L'impegno degli anni trascorsi, oltre all'acquisizione di importanti dati scientifici, ha consentito di evidenziare le articolazioni architettoniche del complesso monumentale.
In prospettiva, come già accennato, c'è anche il recupero al complesso teatrale del castello medievale che, sfruttando ne le poderose strutture, sorse sull'antico ingresso meridionale e ne conserva all'interno resti importanti. Non è da dimenticare che, accanto al risultato più evidente delle campagne di scavo, costituito dalla riacquistata emergenza monumentale, esiste tutta una serie di materiali di differenti caratteristiche che costituisce già il nucleo iniziale per un antiquarium dell'antica Peltuinum.
La città vestina di Peltuinum era attraversata dalla via Claudia Nova che corrisponde al tratturo. Si conservano i resti di lunghi tratti delle mura di cinta e ,parzialmente, anche della porta occidentale. Degli edifici pubblici attestati dalle fonti si conserva solo il teatro di età augustea che, diversamente dal solito, è esterno alle mura. La cavea, cosi come ad Amiternum, è ricavata sfruttando in parte il pendio naturale ed ha un diametro di 58 m.
 
CORFINIUM –SULMONA (AQ)
L’antica Corfinium si trova nella conca di Sulmona nei pressi dell'Aterno, a 345 metri d'altezza in posizione strategica sulla Via Valeria, prosecuzione della Tiburtina, percorso che collegava Roma con Ostia Aterni (Pescara) ovvero il Tirreno con l'Adriatico.
L'attuale Corfinio, ha un aspetto medievale e sorge su uno sperone roccioso sull’attuale strada statale che nel tracciato ricalca quella secolare; anche l'abitato più antico si trova dov'era la vecchia capitale. Si entra nel centro storico lungo la Via Italiea e si giunge in Piazza Corfinio, ove le case disposte in curva seguono la linea della cavea dell'antico teatro romano.
Qualche centinaio di metri prima di giungere a Corfinio, per chi proviene da Roma, accanto ai resti murari si erge la basilica Valvense, o di San Pelino, sorta sul luogo d’un cimitero paleocristiano dov'era sepolto Pelino, vescovo di Brindisi, martirizzato a Corfinium attorno all’anno 350. La prima chiesa fu eretta nel V secolo; devastata tra il IX e il X secolo dai Saraceni e dagli Ungari, nel 1120 il vescovo Gualtiero la fece rifare in stile romanico e successivamente subì ulteriori trasformazioni, specie all'interno. Conserva uno splendido ambone commissionato dal vescovo Oderisio sul finire del 1170, importanti affreschi del XIV secolo e, nelle mura, parte delle circa 250 lapidi con iscrizioni che ci sono giunte dall'antichità.
Forse non tutti sanno che Corfinium, già capitale dei Peligni, fu la prima capitale d'Italia.

Quando la Roma precristiana iniziò la sua ascesa, assoggettando gran parte dei popoli della penisola, si limitava a concedere a taluni la cittadinanza latina, o, secondo criteri legati al censo, quella romana; ma questa prerogativa era legata più ai singoli che alle popolazioni nel loro insieme. Roma pensava così di mantenere il controllo in base al principio del "divide et impera". Ma le legittime aspirazioni dei popoli del centro-sud che spesso al suo fianco avevano combattuto nelle campagne di conquista, fecero sì che, nel 90 a. C., confederandosi, si ribellarono e istituirono un primo nucleo di Stato italiano eleggendo come capitale Corfinium, cui fu dato il nome di Italica, e coniando proprie monete.
Come capitale ebbe però circa un anno di vita, perché la Lex Iulia, concedendo la cittadinanza romana alla maggior parte dei popoli confederati, sciolse la confederazione trasformando Corfinium in municipio romano.

Rovine di Corfinium
Già nel II secolo a.C. si dibatteva su quale status giuridico assicurare agli Italici. In proposito la "Lex Licinia Mucia de civibus redigendis” del 95 a.C., aveva mantenuto i criteri restrittivi di una precedente legge. 4 anni dopo però, il tribuno Livio Druso, vincendo le tante opposizioni, riuscì a far ottenere agli italiani il diritto di cittadinanza. Purtroppo, assassinato Druso, il tribuno Quinto Varo, cittadino romano, ma nativo di Sucrone in Iberia, fece abrogare la legge, scatenando il malcontento delle popolazioni colpite. Il pretore romano Servilio fu inviato ad Ascoli per inquisire secondo le nuove norme; qui si espresse in termini tanto minacciosi che fu massacrato assieme al seguito ed ai Romani residenti in città.
Gli Italici si riunirono in un’assemblea per discutere su come reagire alle prepotenze di Roma. Vi parteciparono Marsi, Peligni, Marrucini, Vestini, Piceni, Sanniti, delegati dalla Lucania e dall'Apulia.
I Vestini di Pinna, odierna Penne, la maggioranza degli Irpini, Nola e Nocera in Campania, le città greche di Napoli e Reggio parteggiarono per Roma. Erano popoli e città che già avevano ottenuto un trattamento di favore da Roma, come del resto Umbri ed Etruschi, che non intervennero all'assemblea dei rivoltosi. Tuttavia gli Italici fecero un ultimo tentativo di conciliazione, chiedendo nuovamente a Roma la cittadinanza. Di fronte all'ennesima risposta negativa, decisero di proclamare il nuovo Stato, con capitale Corfinium e creando una struttura politica simile a quella di Roma. Furono eletti due consoli, il marso Pompedio Silone ed il sannita Papio Mutilo, dodici pretori, nonché un Senato di 500 membri, e si coniarono monete con il nome del nuovo stato.
La guerra divampò, con fasi alterne, specie in Abruzzo e Campania; molti gli scontri, migliaia i caduti da ambo le parti. Verso la fine del 90, il console Lucio Cesare fece votare in Senato la "Lex Iulia de civitate", che concedeva la piena cittadinanza alle comunità latine ed italiane rimaste fedeli. All'inizio dell'anno 89 la nuova "Lex Plautia Papiria", proposta dai tribuni Plusio Silvano e Papirio Carbone, allargò i nuovi benefici a tutti i latini e gli Italici. Le riforme impiegarono molto tempo ad attuarsi pienamente.
Gli scontri militari continuarono, trasformandosi nella cosiddetta guerra sociale e nel conflitto tra Caio Mario e Cornelio Silla, che capeggiavano opposte fazione nell'ambito del potere romano. Corfinio si trovò coinvolta nelle lotta fin quando, nel 49 a.C., presidiata da truppe fedeli a Pompeo, fu conquistata.
 
NECROPOLI DI BAZZANO(AQ)
Gli scavi nel nucleo industriale di Bazzano sono iniziati nel 1992, in seguito alla segnalazione della presenza di alcune tombe; quando il nucleo era già in gran parte esistente. Da allora, la Soprintendenza per i Beni Archeologici d’Abruzzo ha effettuato numerose campagne di scavo dirette da Alessandro Usai, da Rosanna Tuteri e dal sottoscritto. Sono state portate alla luce finora 1238 tombe, che vanno dall’ VIII al I secolo a.C. . Si tratta della necropoli più estesamente scavata in modo scientifico di tutto l’Abruzzo.
Oltre alla necropoli, è stata portata alla luce una strada di età romana ed un edificio ad essa connesso, probabilmente una stazione di posta (mansio)”.
Rispetto alle altre necropoli abruzzesi quella di Bazzano costituisce il sito archeologico più indagato in Abruzzo sia come vastità dell’area che come numero di sepolture. Ha rivelato tombe monumentali della prima età del ferro (X-VIII sec.a.C.) costituite da tumuli con “menhir” sul genere di quelli, meglio conservati, portati alla luce nella vicina necropoli di Fossa. Per l’età orientalizzante e arcaica (VIlI-VI sec. a.C.) sono stati ritrovati corredi funebri molto ricchi, come quello del cosiddetto “Principe di Bazzano”, contenenti vasi di bronzo provenienti dall’Etruria e vasi in ceramica nera prodotti dai Pretuzi, gli antichi abitanti del Teramano. Le fasi finali della necropoli, in età ellenistico-romana (IV-I sec. a.C.), hanno fruttato il rinvenimento di un rarissimo pendente in vetro policromo prodotto a Cartagine, che costituisce il logo della mostra, ed alcuni letti funerari rivestiti in osso lavorato con figure di animali, uomini e divinità.
A differenza di Fossa, i cui corredi sono più marcatamente vestini, Bazzano sembra avere maggiori aperture e rapporti con altre popolazioni, dall’Etruria ai Pretuzi ai Punici. In sintesi, mentre Fossa ha un carattere più indigeno e appare chiusa in se stessa, Bazzano essendo posta lungo vie commerciali è più aperta ai traffici e ai rapporti internazionali.

 
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