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MONUMENTI DELLA CITTA’ DI L’AQUILA

Le 99 cannelle - L'Aquila -
Fra i monumenti più originali e significativi che esaltano L' Aquila, un posto a sé merita la monumentale "Fontana delle 99 Cannelle", l' unica nel suo genere è assurta ad insegna araldica della città, di cui nel tenue gorgoglio delle sue gelide acque, sembrano riecheggiare leggende arcane. Situata  nella zona chiamata Rivera, ricca di polle d' acqua, non è lontana dal pigro corso del fiume Aterno.
La sua costruzione è sicuramente databile al 1272, come ci informa la lapide, di chiara fattura trecentesca, inserita nella parte centrale: in essa, sono leggibili il nome del governatore regio, il quale commissionò l' opera all' allora noto architetto Tancredi da Pentima, che una diceria priva di fondamento ripetuta per secoli vorrebbe sepolto sotto la pietra ben visibile al centro della piazza. Destinata sin dall' inizio a pubblico lavatoio, rimasto in esercizio fino ai primi decenni del '900, le sue acque, oltre che dalle solerti lavandaie aquilane, furono utilizzate anche dalla famosa corporazione dai Lanaioli. Importanti interventi di ampliamento subì la fontana tra il 1582 ed il 1585 allorché, molto  probabilmente, si aggiunsero circa sessanta mascheroni a quelli originari, per suffragare un' antica leggenda secondo la quale alla fondazione della città di L' Aquila concorsero 99 castelli. Ciò è quanto si è potuto appurare a seguito di un recente e vasto restauro (1994), che ha interessato sia la parte idraulica che quella artistico - architettonica restituendo la fontana all' antico splendore.
Ha chiara forma trapezoidale ed è cinta da un elegante muro, di data posteriore, in pietra di marmo a scacchi bianca e rosa, non dissimili  da quelli della facciata di S. Maria di Collemaggio. Bello lo stemma della città, al centro, con un' aquila dallo scudo a testa di cavallo e nastri svolazzanti simmetricamente.
 
L' acqua fuoriesce abbondante da 99 cannelle, di cui 93 fisse nelle bocche di altrettanti mascheroni, tutti diversi l' uno dall'altro. Si alternano con le figure, formelle, nelle quali sono scolpiti rosoni circolari a quattro foglie piene o a girello, motivi comuni nell' arte abruzzese. Avvolta nel mistero era rimasta fino ad oggi l' ubicazione della sorgente principale, il cui segreto l' architetto avrebbe portato con se nella tomba, ma che gli esperti, quasi concordemente, localizzano nella zona sovrastante vicino la chiesa di S Chiara d' Aquili, Convento dei Frati Cappuccini, dove sorse il primo insediamento alto medievale di "Acquili" cui L' Aquila legò il nome e da cui si sviluppò.
 
La fontana luminosa - L'Aquila
Creata da Nicola D' Antino, troneggiano sulla marmorea struttura due nudi femminili in bronzo sorreggenti la caratteristica "conca abruzzese". Recentemente restaurata offre ai visitatori notturni un suggestivo gioco di luci colorate. Lo scultore Nicola D’Antino (Caramanico T.,1880 - Roma 1966 ), allievo di Francesco Paolo Michetti, nel Cenacolo del Convento di Francavilla al Mare frequentò Costantino Barbella, il pittore Paolo De Cecco, il musicista Francesco Paolo Tosti e, dopo l’83, Giulio Aristide Sartorio, Basilio Cascella, Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao, Georges Hérelle, Carmelo Errico e Bertoux .
 
Nel 1898, a Roma, conobbe le prime tendenze liberty; quindi, a Napoli, sotto la direzione di Michetti approfondì le teorie del Verismo partenopeo; nel 1905 tornò a Roma, dove le prime mostre di piccole sculture dedicate all’infanzia risentirono dell’influsso di Barbella, Michetti e Ximenes.
Dal 1912 la sua opera, rivolta soprattutto al nudo femminile, si risolse elegantemente con un ritmo slanciato e lineare di stile tra il veristico e il liberty. Studiò e assimilò la tradizione della scultura francese da E. Degas a A. Maillol, che adattata all’iconografia “verista”, attraverso un processo di stilizzazione, tipico del periodo liberty acquisì con lui una sua singolarità. Da Roma a Milano, dove collaborò con A. G. Bragaglia; fu membro della Commissione della prima Biennale Romana; espose in Italia e all’estero (Londra e Brighton).
Influenzato dal mutato clima culturale degli anni Venti, D’Antino si dedicò allo sviluppo civile, architettonico ed urbanistico della scultura. Realizzò nel 1931 le statue in marmo Il timoniere e Lo sciatore per il Foro Italico, donate rispettivamente dalle province di Pescara e dell’Aquila; decorò, nel 1934, con quattro statue, il nuovo ponte Littorio a Pescara; dal 1927 al 1938 partecipò alla sistemazione urbanistica della città dell’Aquila che si concluse con la realizzazione della Fontana Luminosa; entrò a far parte dell’Accademia di San Luca, e fu insignito del titolo di Grande Ufficiale della Corona d’Italia. Negli ultimi anni della sua vita tornò a dipingere, prima di spegnersi a Roma a 86 anni nella sua Villa di stile dannunziano sulla Cassia, nel novembre 1966.
 
IL FORTE SPAGNOLO IL CASTELLO di L’AQUILA
Chiamato erroneamente castello, questo stupendo esempio di architettura militare unico per le sue caratteristiche, in realtà è un forte.
Venne eretto a partire dal 1534 per iniziativa del vicerè di Napoli Don Pedro di Toledo «ad reprimendam audaciam Aquilanorum», ovvero per repressione contro gli abitanti della ricca città di L'Aquila che si era ribellata agli Spagnoli e schierata con i Francesi. Progettista della grandiosa opera fu lo spagnolo Don Pirro Luis Escribà, capitano ed architetto militare di Carlo V, già impegnato nella realizzazione di Castel Sant'Elmo a Napoli.
Lo Escribà, o Scrivà, iniziò la costruzione il 30 maggio del 1534, su un terreno che dominava la città e dove si dice che nel 1401 fu eretto da re Ladislao un fortilizio.
 
Per circa due anni l'architetto Escrivà rimase a seguire i lavori che furono poi continuati da Gian Girolamo Escrivà, probabilmente suo parente.
I lavori continuarono fino al 1567, anno in cui gli aquilani non potendo più continuare a versare le esose tasse con le quali veniva pagata la realizzazione della costruzione, chiesero agli Spagnoli di fermare l'opera. Da allora, il castello fu utilizzato come alloggiamento per le truppe. Le successive fasi costruttive, si ebbero nel 1606 e nel 1698; mentre nel 1843 venne sostituito il ponte di legno semilavatoio con l'ultima campata di quello attuale, in pietra.
Il forte che non fu mai utilizzato dal punto di vista militare, conserva ancora intatta la sua forma originaria che si rivela una delle più evolute dell'intera penisola. La pianta è quadrata racchiudente un cortile con quattro bastioni ai vertici delle diagonali; è circondato da un ampio fossato largo 2 3 m., profondo 14 m., l'altezza totale dell'edificio è di 30 m., la distanza tra i vertici dei bastioni è di 130 m ., la lunghezza delle cortine è di 60 m.
L'innovazione più importante rispetto agli altri forti della penisola, è dovuta alla presenza, dei doppi orecchioni policilindrici che raccordano i bastioni con le cortine.
 
Questa accortezza oltre a migliorare la plasticità dell'edificio, era stata adottata per un motivo funzionale: in questo modo infatti le due serie di cannoniere, avevano aperture doppie che permettevano un maggior fuoco di fiancheggiamento a difesa delle cortine murarie ed inoltre, la loro posizione angolata, impediva a possibili colpi di entrare nell'interno. Il portale d'ingresso, costituito da due lesene doriche e lo stemma di Carlo V, reca l'iscrizione del 1543 ed è opera di Salvato Salvati e Pietro di Stefano, entrambi aquilani.
All'interno, il porticato risale al vecchio progetto cinquecentesco, gli altri tre lati, sono aggiunte del sec. XVII e XVIII.
Dopo l'ultima guerra è stato reaurato ed oggi ospita il museo Nazionale d'Abruzzo, la sezione archeologica, ed in una delle casematte dei bastioni, il famosissimo Elephas Meridionalis rinvenuto presso l’Aquila nel 1954 e anche materiale proveniente dai popoli italici e dalle antiche città romane; al piano superiore sono raccolte opere di scuola abruzzese dal XIII al XVIII secolo.. Inoltre, periodicamente vi si tengono congressi e mostre.
 
BASILICA SANTA MARIA DI COLLEMAGGIO
La basilica, che per dimensioni è la più grande d'Abruzzo, è strutturata a croce latina. Un recente restauro ha liberato l'interno dalle sovrastrutture barocche e ha restituito alle tre navate la spazialità originaria scandita dalle arcate ogivali poggianti su pilastri ottagonali. La copertura è a capriate lignee a vista, la pavimentazione di stile cosmatesco, disseminata di pietre tombali, in massima parte di abati generali dell'Ordine celestino, ripete il motivo policromo delle pietre bianche e rosa.
L'illuminazione è data da una fila di finestre gotiche sulle navate laterali, dai rosoni posti sulla parete di ingresso e dalle aperture del presbiterio e della cupola. Sulla parete della navata di destra si aprono tre nicchie gotiche racchiudenti dipinti quattrocenteschi che raffigurano, rispettivamente, la Madonna con le Sante Apollonia e Agnese, l'Assunzione e incoronazione della Vergine, la Crocifissione. Sempre nella navata di destra un bell'organo monumentale (sec. XVIII) in legno intagliato e dorato con cantoria decorata a bassorilievi con scene della vita di Cristo. Una serie di olii di Karl Rutter (sec. XVII), pittore fiammingo divenuto monaco celestino con il nome di Andrea di Danzica, illustra, sulle pareti, la vita di Celestino V.
Tre archi immettono nel transetto che mantiene le forme barocche e si conclude in tre absidi.
 Sull'altare di destra è esposta una Madonna realizzata in terracotta policroma da Silvestro dell'Aquila (sec. XVI). Dal 1327 Santa Maria di Collemaggio accoglie le spoglie di San Pietro Celestino. Il mausoleo di marmo eseguito nel 1517, su commissione dell'Ordine della Lana da Girolamo da Vicenza, ripete con eleganza le forme del rinascimento lombardo. Finemente decorato con due ordini di colonnine e pilastrine racchiude l'urna delle spoglie del Santo che, in passato, subirono una duplice dispersione, la prima volta nel 1528, da parte delle truppe del Principe d'Orange che asportarono la cassa in argento cesellato di scuola sulmonese e la seconda, nel 1799, da parte dei francesi che trafugarono l'urna settecentesca.
I tre splendidi rosoni della facciata presentano molteplici particolarità che destano la curiosità e lo studio degli appassionati. Quasi un ossessione per l'Imperatore Federico II. In questo insolito viaggio vedremo come anche in questo caso spesso si è scritto non propriamente il vero anche a livello architettonico e come i Rosoni aquilani provengano tutti dalla stessa scuola.
I Tre rosoni di Collemaggio sono uno diverso dall'altro, (due gotici e uno romanico) e posizionati in modo che al tramonto del solstizio d'estate il sole penetri attraverso di essi e vada a colpire un punto importantissimo del pavimento della Basilica: il Labirinto.
 
LA BASILICA DI SAN BERNARDINO
La Basilica di San Bernardino a L'Aquila fu costruita nel 1454 per volere dei Santi Giovanni da Capestrano e Giovanni della Marca, discepoli del santo senese. La facciata, tipicamente rinascimentale, venne realizzata da Nicola Filottesio detto Cola dell'Amatrice, e consta di una struttura che si articola in tre livelli, in ognuno del quali si inseriscono quattro coppie di colonne, rispettivamente di ordine dorico, ionico e corinzio.
Al centro, troviamo uno splendido portale sormontato da un bassorilievo della Vergine con Gesù Bambino, accompagnata da San Francesco, San Bernardino e San Girolamo da Norcia.
 
Il tempio presenta una pianta a croce latina, con tre navate sulle quali si aprono cappelle laterali, recanti cupole ottagonali.
Lo stile che caratterizza l'interno è quello ricco del barocco, rappresentato esemplarmente dal soffitto in legno policromo e dorato, opera di Ferdinando Mosca da Pescocostanzo, al quale è attribuito anche l'organo monumentale.
 
La seconda cappella a destra presenta una pala d'altare in terracotta smaltata bianca su fondo azzurro, di Andrea della Robbia.
Di Silvestro dell'Aquila, a sinistra dell'altare maggiore, possiamo ammirare l'elegante sepolcro di Maria Pereyra Camponeschi, e soprattutto il cuore della devozione facente capo alla Basilica, il mausoleo del Santo dedicatario, San Bernardino da Siena, che si trova sulla navata destra. Le spoglie del Santo sono racchiuse in un'urna argentea moderna (a sostituzione dell'esemplare antico che fu trafugato dai Francesi all'epoca dell'invasione), la quale si trova all'interno di un monumento funebre, interamente cesellato a bassorilievi marmorei.
Accanto al sacello, si trova una maschera mortuaria del Santo, in cera. Sempre per quanto riguarda il mausoleo, cuore ideale della Basilica, sono degni di nota gli affreschi che ricoprono la volta, di Girolamo Cenatempo, e i due candelabri del '500, in legno policromo.

LA BASILICA DI SAN BERNARDINO E IL SOLSTIZIO D'INVERNO
“La giornata più corta dell'anno è il 21 dicembre, quando entra l'inverno e si verifica il minimo delle ore di luce rispetto alle ore di notte. Da quel giorno, la luce diurna comincia lentissimamente ad allungarsi e a metà gennaio abbiamo già quasi un'ora di Sole in più.
 
 Il gioco dei solstizi e degli equinozi, stabilito dalla natura e non dall'uomo.” Ma l’uomo, fin dalle civiltà più antiche, ha avuto un legame inscindibile con gli astri e i fenomeni astronomici. in maggior misura con il Sole e la Luna: il primo fonte di vita, l’Uno, l’energia trasmutatrice che si manifesta attraverso il macro e il microcosmo; la Luna ha un simbolismo tessuto nelle sue fasi, nella sua “danza amorosa” che si conclude nella fase  della luna nuova, quando il Sole la feconda.
 
Le edificazioni sacre erette dagli uomini non potevano dunque prescindere dagli influssi degli astri. Stonehenge, le piramidi Egizie e Maya sono gli esempi più famosi di allineamenti con i solstizi e gli equinozi, ma non tutti sono al corrente di fenomeni non meno significativi che si verificano nella nostra città.
Le osservazioni compiute negli anni da Paolo Cautilli hanno portato alla riscoperta dei giochi di luce e di allineamenti solari che si verificano a Santa Maria di Collemaggio nel giorno del solstizio d’estate (21 giugno), fenomeni che solo oggi cominciano ad essere noti e di conseguenza suscitano l’interesse degli appassionati. Ma L’Aquila è capace di donare ancora tanti stupori con l’imminente solstizio d’inverno.
Già dal 4000 a.C. erano conosciute quattro stelle cosiddette “reali” perché indicavano i punti equinoziali e solstiziali, Altair della costellazione “Aquila” contrassegna il solstizio d’inverno (vedi capitolo “la costellazione dell’Aquila).

Il 21 dicembre la basilica di San Bernardino, il cui asse si incrocia di 90° con quello della basilica di Collemaggio, alle ore 12:00 si trova perfettamente allineata con il Sole che, penetrando dall’unica finestra centrale (oggi purtroppo oscurata da vetri opachi), va ad illuminare la statua della Madonna sull’altare. Sarà motivo di interesse notare che la Madonna è posta su una mezza luna così da simboleggiare una sorta di matrimonio astrale. 
La Luna ispirò ai primi cristiani e poi a quelli medievali un simbolismo definito mysterium lunae. Fu allora che Selene divenne simbolo della madonna e della chiesa, l’immagine della Luna Maria, la donna “vestita di Sole” che ha sotto i piedi l’immagine lunare, colei che partorisce il “Sole nuovo di Natale”.
Il culto di Mitra è quello che ha sostanzialmente influenzato il rito religioso del Natale e la stessa religione cristiana. Sia a Mitra-Dio Sole sia ad un suo profeta, Zarathustra, sono accreditate le nascite il 25 dicembre, molti secoli prima della nascita di Cristo. Mitra è fatto partorire da una vergine, è denominato “il buon pastore”, aveva 12 compagni, effettuava miracoli, sepolto in una tomba è risorto dopo tre giorni e la sua resurrezione veniva celebrata ogni anno, nel solstizio.

99 CHIESE: IL DUOMO DEI SANTI MASSIMO E GIORGIO
Il Duomo venne edificato nel Duecento e intitolato a San Massimo. Nel corso dei secoli si susseguirono cedimenti e continui lavori di restauro. La facciata, di gusto neoclassico, è caratterizzata da due imponenti torri campanarie poste ai lati e da un portale d'ingresso sormontato da un frontone triangolare, sostenuto da quattro colonne. La fiancata che si affaccia sulla via laterale, conserva tratti della costruzione originaria, come le finestre ad ogiva.
L'interno è composto da una sola navata e custodisce importanti opere, quali un sarcofago risalente al periodo paleocristiano.

L'AQUILA - La diocesi dell’Aquila ha origini antichissime, essendo nel suo nucleo originario la continuazione di quella di Forcona, quando nel dicembre del 1256 papa Alessandro IV, ordinò il trasferimento dell’ultimo vescovo forconese Berardo di Padula nella sede aquilana. Con la bolla del 20 febbraio 1257 Alessandro IV dichiarò Aquila sede vescovile. Anche la storia del Duomo dei Santi Massimo e Giorgio, prima del terremoto del dicembre 1315 in stile romanico a tre navate, con il suo rosone e il campanile, s’intreccia con le furiose lotte tra il papato e l’impero.
L’Aquila di Federico II è di nuovo il punto strategico nelle mire dei due contendenti del dominio temporale: Papa Alessandro IV e l’erede dello svevo, Manfredi. Quando, verso la fine del 1257, Manfredi aveva riconquistato tutto il Regno dalla mani del Papa, restava solo Aquila. È degna di attenzione la richiesta d’aiuto che il Papa fece pervenire al re d’Inghilterra Enrico III con la città sotto l’assedio dell’esercito imperiale nella quale ne descrisse sia l’importanza che la sua speciale forma urbica: “un’Aquila che, con le sue ali spiegate, apre e chiude le porte del Regno”.
Uno dei serpenti con fanciullo del Duomo
Le varie ricostruzioni e rimaneggiamenti subiti nei secoli dal Duomo ci consegnano il tempio che appare oggi, nella sua ultima versione con la sua facciata in stile neoclassico con le quattro poderose colonne ioniche e le torrette estreme dove 8 (otto) campane compongono un suggestivo concerto e godono del diritto di precedenza su tutte le altre della città.
Molti di voi avrete avuto il privilegio di visitare Roma, ma non tutti avrete notato la straordinaria somiglianza tra il Duomo dell’Aquila e la chiesa di S.S. Trinità dei Monti che domina Piazza di Spagna. Inoltre l’obelisco di granito rosso davanti alla chiesa romana è l’obelisco Sallustiano rimasto per secoli interrato nella Villa Ludovisi, dopo essere stato portato da Clemente XII in piazza S.Giovanni venne portato a Trinità dei Monti dall’architetto Antinori per volere di Pio VI.
Come è facilmente comprensibile per chi ci segue con assiduità, la città antitesi di Roma non poteva mancare di rappresentarne uno degli esempi più manifesti proprio nel Duomo. A chi vi accede dall’ingresso principale si presenta nella sua grandiosa solennità, con l’ampia navata centrale lunga 66,60 metri, primo accenno di stranezza. Nella regione di Tolosa e in special modo nei pressi di Rennes le Chateau, appare frequente l’JHS di S.Bernardino rappresentato con la “S” rovesciata che nella tradizione ebraica e cristiana è il simbolo del serpente (la conoscenza) che viene visto come il più astuto di tutti gli animali creati da Dio. Ed il serpente dell’Eden viene identificato come il maligno, in questo caso il male insinuato nelle gerarchie della chiesa.
Nella seconda metà del Quattrocento il Duomo dei Santi Massimo e Giorgio visse il momento di maggior importanza tramite Amico Agnifili, per due volte Vescovo dell’Aquila dal 1431 al 1472 ed ancora nel 1476, quando riprese la sede per l’avvenuta morte del nipote in carica, Francesco Agnifili. Amico divenne Cardinale tra i più influenti in Vaticano. Nel conclave successivo alla morte di Paolo II non fu eletto Papa per due soli voti. Nell’epitaffio riportato sul suo monumento sepolcrale del Duomo, opera del 1480 di un giovane Silvestro dell’Aquila, è presente più volte e intenzionalmente la “S” rovesciata, come più volte nella navata sinistra della chiesa, tra le sculture in stucco del bel Barocco settecentesco, è rappresentato il serpente che ghermisce un infante, antitetico alle aquile reali che risaltano nella navata di destra.

L'epitaffio con le "S" diritte e rovesciate
Naturalmente nel simbolo del serpente con l’infante tra le fauci, misterioso stemma dei Visconti, sono ovvii i riferimenti ai Lombardi che ivi possedevano il loro patronato.
Il Duomo dell'Aquila è disseminato dello strano stemma dei Visconti che nel capoluogo lombardo è ritenuto un mistero Lo strazio della peste di Milano del 1576 si pronuncia nella pala di Teofilo Patini nell’altare dedicato a San Carlo.
Tra le decine di migliaia di ricercatori che ogni anno traversano l’alta valle dell’Ariége, qualcuno, essendo tutti di buona cultura, arriverà a noi e si sorprenderà delle presenze ancora evidenti tra gli stucchi del Duomo; vedrà due angeli con in mano, misteriosamente, l’uno uno spicchio di Luna e l’altro uno specchio. Questa rappresentazione esoterica appartiene agli studi di Atanasio Kircher (1601-1680), Gesuita tedesco del collegio Romano dal quale dipese quello Aquilano. Kircher era matematico, astronomo, filologo, musicista, geografo e soprattutto Gnomonica. Lo spicchio di luna con lo specchio erano i suoi emblemi.

Chiesa di Santa Maria Paganica - L'Aquila
Di grandi proporzioni e secondo Capoquarto dello Spirituale ne osserviamo, per ora l' abside, con incastonato un mascherone che, ammonendo contro la bestemmia, caccia la lingua, e il fianco destro dal quale, attraverso il bel portale, accediamo all' interno.
 
In origine gotico e a tre navate, poi ridotto ad una soltanto, non presenta grande interesse se non, nella terza cappella a sinistra, i due dipinti del Damini.  Usciamo sul fronte principale, da cui si diparte una doppia gradinata: non compiuta, è di stile romanico-gotico, con scolpita la data del 1308.
 
Lo sfarzoso e ricco portale è certamente uno dei più rappresentativi per ricchezza di decorazione ed impostazione architettonica; nella lunetta una scultura con la Vergine e il Bambino, mentre sull' architrave, scolpiti a bassorilievo, busti di Santi e al centro il Redentore.
  
Chiesa di Santa Giusta - L'Aquila
Tra le prime sorte nella città, intorno al 1257 la chiesa mostra solo pochi resti risalenti a quella data , mentre documentato è il 1316 nelle costruzioni delle absidi e dell' altare maggiore. Del 1349 è, invece, la facciata a coronamento orizzontale, di stile romanico-gotico, opera di Bonanno di Nicola da Coppito.
La facciata, con aderente la coeva fontana, appena restaurata, recante lo stemma del Castello promotore, tripartita da lesene e da una cornice orizzontale, è tutta in travertino con un bel portale, sveltito da colonnette e capitelli: conserva ancora gli antichi battenti in legno, ricchi di intagli e fregi, e anche se danneggiato, il primitivo affresco nella lunetta.
 Trionfa nella parete superiore il rosone tardogotico, fine ricamo in pietra, con dodici piccole sculture a tutto tondo ("telamoni", che sorreggono la ruota interna, cui ben si accordano i giuochi gotici ad archetti trilobati inseriti nella corona romanica superiore. Grande la chiesa, consta di un ampio presbiterio, che interessa tutta la larghezza dell' edificio, e di tre superstiti absidi, cui però non corrispondono altrettante navate, poiché le due laterali furono trasformate in cappelle. Sopra il transetto, un soffitto ligneo a cassettoni, dipinto, del XVIII secolo, restaurato.
Ancora più bello il coro gotico del '400, sobrio nelle linee e prezioso nelle decorazioni, anch' esso in legno come pure l' altare maggiore, cinque-seicentesco, intagliato e dorato, con tempietto e statue su vario ordine.
Spiccano tra le tele più  notevoli le due del Bedeschini nell' ultima cappella a sinistra, mentre nel presbiterio troviamo alcuni resti d' affresco databili fra '400 e ' 500.
 
 Chiesa di San Silvestro - L'Aquila
Edificata a spese degli abitanti del Castello di Collebrincioni, si impone all' attenzione per essere l' unica chiesa aquilana stilisticamente coerente nell' intera strutturazione medievale.
Tutta in pietra, sulla bianca scala si staglia, contro lo scenario dei monti, l' elegante facciata romanico-gotica, datata 1539: sotto una cornice ad archetti gotici pensili, il grande rosone a raggi rabescati e il ricco portale, in alto a destra, invece, accorpato il secolo scorso, un poco consono campanile.
L' interno gotico, a tre navate, senza transetto, conserva nell' abside, "trina", affreschi di rara bellezza risalenti alla fine del sec. XIV che, coevi a quelli residui sulle pareti laterali e su una colonna si differenziano invece, dai due affreschi posti ai lati della porta principale: il primo a destra in precario stato di conservazione, è opera di Andrea da Montereale, mentre più prezioso è l' altro di Francesco Paolo da Montereale, allievo del Perugino.
 Delle rimosse sovrastrutture barocche, significativa e tutta affrescata da Giulio Cesare Badeschini, rimane, a sinistra dell' altare maggiore, la Cappella della famiglia Branconio che nel 1655  dal vicerè di Napoli fu insensibilmente privata del quadro raffigurante "La Visitazione" della Vergine a S. Elisabetta, donato per amicizia da Raffaello in persona.
 Attualmente al Museo del Prado, al suo posto c'è una copia di discutibile valore. I cicli di affreschi del Trecento e del Quattrocento che si trovano nell' abside sono stati recentemente restaurati.

La cinta muraria e le porte d’accesso
In pietra bianca, spesse due metri e lunghe 4,8 km, le mura intorno a L’Aquila furono completate nel 1316. Lungo il tracciato si innalzavano 86 torri merlate, sulle quali spiccava la Torre Civica, e si aprivano ben 17 porte di collegamento con il territorio circostante, storicamente considerato parte integrante della città. Col tempo molte porte furono murate, fino a lasciarne aperte quattro, una per ogni quarto: Porta Barete per S. Pietro, Porta Bazzano per l’attuale Santa Giusta, Porta Rivera per S. Giovanni e Porta Paganica per S. Maria Paganica.

Oggi le porte in uso in città sono:
- Porta Branconia, lungo Viale Duca degli Abruzzi, all’altezza di Piazza S. Silvestro, restaurata da pochi anni;
 
- Porta Rivera, ricostruita dopo il terremoto del 1703 e posta in una zona di grande interesse archeologico, poiché le mura che la circondano poggiano su una zoccolatura più antica della città stessa; Porta Rivera è uno dei diciassette antichi ingressi della città, posti lungo la trecentesca cinta muraria. Con il passare dei secoli la maggior parte delle porte venne murata e ne vennero lasciate intatte solo quattro. Porta Rivera è uno degli accessi attualmente utilizzati.
Venne restaurata in seguito a un terremoto nel Settecento e la sua importanza è dovuta al fatto di trovarsi in punto storicamente rilevante. In questo tratto della cinta muraria, infatti, le mura si trovano sopra ad un basamento precedente alla fondazione della città.
 
- Porta Roiana, restaurata recentemente, nei pressi della chiesa S. Maria del Borgo o delle Buone Novelle;
 
- Porta Napoli, inizialmente chiamata Porta S. Ferdinando;
 
- Porta Bazzano, la cui esistenza era già attestata nel 1400, ma che fu ricostruita dopo il sisma del 1703 e restaurata negli ultimi mesi;

- Porta Leone, vicina alla Basilica di S. Bernardino, il cui nome deriva dal capitano regio Leone di Cicco da Cascia, direttore dei lavori di fortificazione;

- Porta Castello, nei pressi del Forte Spagnolo, originaria del XVI secolo, ma ricostruita nel 1769.
 
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