Il tratturo - la transumanza - Bed & Breakfast CAMERE AURORA

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LA TRANSUMANZA
La transumanza e i tratturi

"Settembre andiamo. E' tempo di migrare.  Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi  e vanno verso il mare" ............................ .Ah perché non son io co' miei pastori?" così canta D'Annunzio  la transumanza.
Nell'Abruzzo montano, per diversi secoli gli uomini hanno lasciato  le loro case e le loro famiglie, per condurre le greggi e le mandrie, attraverso i sentieri erbosi detti tratturi, nel Tavoliere delle Puglie.
Avveniva così la transumanza,  il trasferimento di ovini e di bovini dai monti al piano o viceversa, secondo l'avvicendarsi delle diverse stagioni per trovare quei pascoli che servivano agli animali per vivere. Nella transumanza, coesistono quattro elementi, due legati al luogo: quello di andata dai monti e quello di ritorno dal Tavoliere e due elementi legati al tempo: l'estate che si trascorreva sui monti e l'inverno nella pianura pugliese.
 
Nel periodo di massimo sviluppo la rete tratturale si estendeva da L'Aquila a Taranto, dalla costa Adriatica alle falde del Matese con uno sviluppo complessivo che superava i 3000 km. I Tratturi furono strade particolari, disposti come i meridiani (i tratturi) e come  i paralleli (i tratturelli e  i bracci)  a formare  una rete viaria che copriva tutto il territorio del Mezzogiorno orientale. Ancora oggi il territorio abruzzese mostra i segni di quell'andare e venire di mandrie e greggi. Lungo i tratturi sorsero  le   chiese  tratturali, isolate e semplici che offrivano non solo sollievo spirituale, ma anche un ricovero sicuro per i pastori e le greggi, sorsero   le taverne e  i centri abitati compatti e arroccati sulle alture.
 
Il tratturo da Pescasseroli a Candela da L'Aquila a Foggia   e da Celano a Foggia   furono i principali   ma essi erano circondati da una fitta rete di tratturelli   e di bracci che attraversavano l'Abruzzo. Oggi, non più utilizzati, sono diventati dei musei all'aperto che costituiscono preziose testimonianze storiche e culturali per lo studio della storia economica, sociale e culturale della nostra regione.
 
PASTORI, PECORE, TRATTURI E TRANSUMANZA
Le conche montane dell'Abruzzo, i suoi vasti e brulli altipiani, le sassose pendici dei suoi massicci sono stati, fin dalla piu’ remota antichita’, ambiente elettivo di greggi e pastori. Gia’ fra i secoli XVI e XII a.C., in piena Eta’ del Bronzo, la pastorizia risultava assai ampiamente praticata dalle popolazioni insediate nell'area abruzzese.
 
Questa subi’ un certo regresso all'inizio del I millennio a.C., con l'affermarsi della cultura agricola dei Piceni (nel cui ambito si produsse lo straordinario Guerriero di Capestrano), i quali restrinsero l'area di insediamento dei pastori appenninici alle zone montane piu’ interne.
A partire da VII secolo a.C., con l'imporsi delle popolazioni sabelliche, la pastorizia conobbe rinnovato impulso. Le stirpi sabelliche, suddividendosi in numerosissime genti, nel complesso dette italiche, praticarono una pastorizia circoscritta al territorio nel quale erano insediate, con spostamenti limitati fra il monte ed il piano direttamente sottostante.
Con la romanizzazione, superato il frazionamento del territorio e soppressa la conflittualita’ fra le tribu’ sabelliche ed i Dauni (gli agricoltori del Tavoliere di Puglia), la pastorizia abruzzese pote’ estendere i propri orizzonti alla piana pugliese. Questa si presto’ ottimamente ad una pastorizia di tipo imprenditoriale, sostenuta dai grandi capitali delle famiglie patrizie romane.
E’ nella prima meta’ del XV secolo, tuttavia, che la pastorizia abruzzese conosce il periodo di maggiore sviluppo. Si stima infatti che in quel periodo circa 30.000 pastori conducessero a svernare in Puglia non meno di 3.000.000 di capi di ovini; rapportando tale cifra alla popolazione abruzzese dell'epoca - valutata in circa 300.000 unita’ -, si ha una media di dieci capi per abitante.
 
Se all'attivita’ pastorale in senso stretto si aggiungono le attivita’ indotte che essa stimolava, si puo’ tranquillamente sostenere che almeno meta’ della popolazione abruzzese dipendeva direttamente dalla pastorizia. Oggi in Abruzzo si contano non piu’ di 450.000 ovini: 1 capo ogni tre abitanti.
Lo straordinario sviluppo della pastorizia abruzzese fu determinato dallo sfruttamento della complementarieta’ dei pascoli montani abruzzesi - inagibili d'inverno ma rigogliosi d'estate - e le erbose pianure del Tavoliere di Puglia.
 
Strumento di questa utilizzazione integrata fu la transumanza: spostamento stagionale di uomini e greggi che, alla fine della primavera e all'inizio dell'autunno, percorrendo a piedi centinaia di chilometri, si muovevano fra le due aree geografiche di pascolo.
Il tragitto dei transumanti avveniva lungo una rete regolamentata di larghe vie erbose: i tratturi. Essi si snodavano dalle aree piu’ interne dell'Abruzzo, e precisamente dalla conca di L'Aquila, da Celano nella Marsica, e da Pescasseroli nell'alta Val di Sangro, fino al Tavoliere di Puglia nei dintorni di Foggia e Candela.
I tratturi seguivano itinerari fissati dall'uso nei millenni, soprattutto a partire dall'epoca romana, quando la pastorizia abruzzese assunse il carattere transumante che ne consenti’ l'eccezionale sviluppo.
 
Gia’ da allora i percorsi della transumanza furono determinati e protetti da leggi che divennero piu’ rigorose durante la dominazione aragonese.
Durante la transumanza il cammino dei pastori conosceva molte soste. Per il benessere di uomini ed animali, diverse furono nei secoli le soluzioni per offrire ai transumanti ricovero e ristoro.
Particolari ed assai diffuse "strutture di servizio" lungo i tratturi erano le chiese tratturali, capaci di offrire non solo assistenza e sollievo spirituale, ma anche acqua per uomini e greggi, un sicuro ricovero alle bestie ed un tetto per la notte ai pastori.
Esse erano disseminate con una certa regolarita’ lungo il percorso, cosi’ da poter essere raggiunte in tempo per la  sosta notturna. Una volta raggiunte stabilmente le aree di pascolo montano, un ricovero relativamente meno precario per uomini ed animali era costituito dalle pajare, piccoli complessi di capanne in pietra a secco realizzate dagli stessi pastori.
 Direttamente mutuate dal trullo pugliese (foto in alto a sinistra), le pajare (foto a destra) si diffusero in Abruzzo non piu’ di 300 anni or sono, come portato dei contatti strettissimi che l'ambiente pastorale intratteneva con l'area pugliese.
Questo fa si’ che oggi l'Abruzzo sia, dopo la Puglia, la regione con il piu’ alto numero di trulli. Presenti soprattutto sulla Majella, dove se ne contano circa un migliaio, le pajare si trovano spesso riunite in gruppi raccordati e conchiusi da stazzi, anch'essi in pietra a secco, le cui alte muraglie conferiscono a questi sorprendenti complessi l'aspetto di arcaici e primordiali fortilizi.
Sul Gran Sasso si trovano strutture similari denominate "condole", risalenti al Medioevo, probabilmente riconducibili alle tecniche di costruzione benedettino-cistercensi.
 
L'ANTICO TRATTURO
La natura prevalentemente montuosa dell’Abruzzo ha favorito sin dall’antichità lo sfruttamento pastorale di buona parte del suo territorio; l’allevamento ovino ha svolto infatti per almeno tre millenni un ruolo determinante nell’economia della regione lasciando un impronta duratura su diversi aspetti del suo sviluppo storico, tanto da legare cosi strettamente alla pastorizia transumante la cultura, la religione e inevitabilmente la vita  dei pastori e delle loro famiglie.
Condizione essenziale di tale esistenza è stato il sistema transumante che grazie a spostamenti stagionali tra zone di montagna e di pianura ha sempre assicurato alle greggi pascoli abbondanti e clima temperato. I pastori abruzzesi si sono diretti in prevalenza verso il Tavoliere delle Puglie in minor misura verso la campagna romana. Era il  1447  quando Alfonso I ° d’Aragona  Re di Napoli  continuando l'operato di Federico II° di Svevia che già nel 1200 aveva istituito la “Dogana della Mena delle Pecore“ riprese ed ampliò  l’attività di allevamento “transumante“ delle pecore, organizzandola  sul modello della analoga “Mesta”  spagnola , istituì i  “Regi Tratturi“  una rete viaria di circa 3000 km  ordinata su tre grandi direttrici: il tratturo L'Aquila - Foggia detto anche il "tratturo del Re", il tratturo Celano - Foggia e il tratturo Pescasseroli - Candela. La transumanza consisteva nello spostamento stagionale del bestiame tra due zone di pascolo complementari: una in montagna sfruttata lungo la stagione estiva, l’altra in pianura, ottima per il pascolo invernale. Essa era resa dunque essenziale da particolari condizioni climatiche ambientali che non consentivano l’allevamento stanziale.Su queste grandi vie d’erba  larghe sessanta “passi napoletani“ (unità di misura dell’allora Regno di Napoli equivalenti a circa 111 Mt. attuali) transitavano nel ‘600 e nel ‘700 (i due secoli d’oro della pastorizia transumante) circa tre milioni di capi di bestiame che attivavano  una florida economia grazie alla vendita delle pelli, dei formaggi ma soprattutto dell’ enorme quantità di lana che veniva  immagazzinata nei locali della Dogana della Mena delle Pecore a Foggia  e venduta ad acquirenti  che arrivavano da tutto il Nord Italia ed anche dal Nord Europa ad esempio dalle Fiandre, influenzando così fortemente lo sviluppo dell’Abruzzo montano, dell’intero Molise, di tutto il Tavoliere di Puglia e di parte della Basilicata e della Campania. Tanto da legare cosi strettamente alla pastorizia transumante  la storia, la cultura, la religione e inevitabilmente la vita  dei pastori e delle loro famiglie.
Ripercorriamo   a piedi  lo stesso  tracciato che per secoli è stato effettuato da carovane formate da  centinaia di pastori, migliaia di pecore e dagli inseparabili cani da pastore. 
 
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