Borghi e castelli - Bed & Breakfast CAMERE AURORA

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guida turistica
BORGHI E CASTELLI DELLA PROVINCIA DI L’AQUILA
 
POGGIO PICENZE (AQ) – STORIA
Poggio Picenze è un comune di 1.023 abitanti della provincia dell'Aquila: fa anche parte della Comunità montana Campo Imperatore-Piana di Navelli
Poggio Picenze è un piccolo paese della provincia dell'Aquila che conta circa mille abitanti; situato sulla strada statale 17 dell'appennino abruzzese a 14 km dall'Aquila, su un' altura di 760 metri dalla quali si può ammirare l' ampio panorama della conca aquilana.
Il nome Poggio Picenze deriva dal fatto che l'antico castello fu costruito su un fianco del Monte Picenze, tale nome deriverebbe a sua volta dai Piceni, detti anche Picenti, che stabilirono diversi insediamenti nella zona intorno al III secolo a. C. La data di edificazione del castello si fa risalire intorno all' anno mille, trovandosi citazioni di esso già in un documento del 1173 "Podio de Picentia" nel quale appariva come un castello con mura fortificate e " sei torri, di cui una alta al centro".
 
Resti del castello sono ancora visibili nella parte vecchia del paese.
 
In epoca prefeudale,la posizione di valico del Poggio lo espose più volte alle scorrerie degli eserciti diretti alla volta dell'Aquila, infatti nel 1423 il castello resistette per due lunghi giorni all'assedio di Braccio da Montone dando tempo alle popolazioni oltre di esso di organizzarsi per la resistenza, ma alla fine capitolò dinanzi allo spietato conquistatore. Con il feudalesimo spagnolo Il Poggio venne assegnato a Giagiacomo dei Leognani-Castriota, valente condottiero che nel 1566 vi si stabilì preferendolo a tutti i suoi molti possedimenti.
 
Dopo i Leognani, il feudo comprendente il Poggio passò nel 1700 alla famiglia Sterlick di Chieti.
Nel 1806 su chiudeva l'epoca del feudalesimo, di cui il castello restava antico e maestoso simbolo, il quale però nel 1832 fu parzialmente demolito poichè diventato pericolante a causa dei fortissimi terremoti di cui era stato testimone.
 
LA PIETRA BIANCA
Una considerazione a parte va fatta per l' attività di estrazione e lavorazione della " Pietra Bianca " che ha rappresentato per diversi secoli l'elemento distintivo di Poggio Picenze.
La Pietra bianca del Poggio ha natura calcarea, aspetto candido e gentile e caratteristiche fisiche che la rendono facile da lavorare, ma di più, essa ha anche la proprietà di indurire coprendosi di una patina dorata con il passare del tempo.
I maestri scalpellini di Poggio sono stati autori di centinaia di ornati portali, logge, cortili, porticati, fontane dell'aquilano come le magnifiche 99 cannnelle nei pressi della stazione ferroviaria dell'Aquila.

ROCCA CALASCIO – CALASCIO (AQ)
Rocca Calascio è il castello più alto dell'Appennino. La torre si erge ad una altezza di 1520 m. s.l.m. Domina il versante sud del Gran Sasso d'Italia e si trova ai confini di Campo Imperatore, ai suoi lati scopre: ad ovest il Monte Sirente ed il Velino, a nord il Gran Sasso e Campo Imperatore, a sud e parte di est la Piana di Navelli.
 
Domina il sottostante paese di Calascio che si trova a 1200 metri di quota. In un documento del 1380 si ha la prima citazione di Rocca Calascio, intesa come torre di avvistamento isolata, ma la costruzione della torre è da collocarsi intorno all'anno 1000. Ad Antonio Piccolomini si deve attribuire, verso il 1480, la realizzazione delle 4 torri attorno all'originario torrione di Rocca Calascio, il muro di cinta attorno al paese e la ricostruzione di gran parte dell'abitato distrutto dal furioso terremoto del 1461. Nelle vicinanze della Rocca si trova la Chiesa di Santa Maria della Pietà, costruita dai pastori intorno al 1400 per ringraziamento alla Madonna in quanto i soldati dei Piccolomini respinsero, in una sanguinosa battaglia, un gruppo di briganti provenienti dal confinante Stato Pontificio.
 
Punto di osservazione di elevata strategia militare, era in grado di comunicare, mediante l'ausilio di torce durante la notte e di specchi nelle ore diurne con innumerevoli collegamenti ottici disseminati nel territorio, fino ad arrivare ai castelli della costa adriatica. Con la dominazione aragonese fu istituita la "Dogana della mena delle pecore in Puglia" e la pastorizia transumante divenne la principale fonte di reddito del Regno. Fu quindi un momento di notevole sviluppo per i paesi della Baronia che nel 1470 possedevano oltre 90.000 pecore e fornivano ingenti quantitativi di pregiata "lana carapellese" a citta' come l'Aquila e Firenze.
 
Nel 1579 Costanza Piccolomini, l'ultima della famiglia, vendette la Baronia, il Marchesato di Capestrano e le terre di Ofena e Castel del Monte a Francesco Maria De' Medici, Granduca di Toscana per 106.000 ducati. Nel 1743 la zona passò sotto la dominazione Borbonica. Nel 1703 intanto un disastroso terremoto aveva demolito il castello ed il ed il paese di Rocca Calascio: furono ricostuite solo le case nella parte bassa dell'abitato e molti abitanti preferirono trasferirsi nella sottostante Calascio. Una progressiva discesa ha ridotto la popolazione da circa 800 abitanti nel 1600 a zero nel 1957. Calascio, a sua volta, ha iniziato il suo declino a fine '800, subendo gli effetti di una massiccia emigrazione nei primi decenni del '900.
 
Una popolazione di circa 1900 abitanti nel 1860, ammontata nel 1982 a soli 299. Gia' avviato verso il lento disfacimento che caratterizza i paesi spopolati, Calascio ha arrestato ed invertito questa tendenza per mezzo di numerosi interventi di risanamento spesso da parte di cittadini non residenti. Interessato da un complesso progetto di recupero, anche il borgo di Rocca Calascio sta cambiando la sua fisionomia. Un intervento necessario per un insediamento particolarmente suggestivo ed ad un castello che, oltre a suscitare interesse negli studiosi del settore, e' ritenuto il più' elevato della catena appenninica e forse dell'intera penisola.
 Oggi la Rocca è conosciuta dal grande pubblico per essere, molto spesso, oggetto di grandi set cinematografici, citiamo tra questi il più importante, il film dal titolo "Lady Hawak" una stupenda favola ambientata nel medio evo.

ACCIANO  E BEFFI (AQ)
Il toponimo di Acciano sembra derivare da un furldus o saltus Accianus come testimonia il nome prediale Accius.
Difficile è dire se si trattava di un pagus o un Vicus.
 
La recente scoperta, tra la Chiesa di Santa Maria delle Grazie ed il cimitero, in contrada S. Lorenzo, di una struttura in opera quadrata, identificabile probabilmente in un tempietto italico-romano, nonché i notevoli frammenti ceramici rinvenuti nel corso del saggio eseguito dalla Sovrintendenza Archeologica di Chieti, collocano la datazione tra l'età repubblicana e la prima età imperiale. Vecchi ritrovamenti di alcune tombe ad inumazione e diversi frammenti di vasi di bucchero italico raccolti dal Fiorelli in varie occasioni intorno alla Chiesa di San Lorenzo, la scoperta di Antonio De Nino in contrada Vicenna di sudari antichi ed accanto al Cimitero di gallerie scavate nel tufo con varie diramazioni e tracce evidenti di pavimento a mosaico costituiscono elementi sufficienti a testimoniare che qui sorgeva un abitato antico.

Nel 1092 Ugo di Girberto normanno, detto il Malmozzetto, vivente, secondo la legge longobarda, donò il 15 aprile alla chiesa di S. Pelino il Monastero di San Benedetto, costruito dal Vescovo Trasmondo, con tutti i suoi beni compresi quelli di Acciano.
Nel 1183 nella Bolla di Lucio III sono menzionate le seguenti chiese: S. Pietro, Santa Petronilla, S. Lorenzo, S. Comizio e Santa Maria in Acciano.
Nel 1188 il Monastero di S. Benedetto in Perillis possiede in Acciano la quarta parte della chiesa di S. Lorenzo e S. Petronilla e riceve in enfiteusi il Feudo tenuto da Rinaldo di Guglielmo.

Nel 1223 nella Bolla di Onorio III, è citata la chiesa Saneti Antonini in Azano.
Nel 1294 Celestino V passa per Acciano e qui opera un miracolo, così riportato dal Marino: ''Mentre egli passava per il borgo di detto castello di Acciano per andare in L'Aquila a ricevere la corona dell'Apostolato a cui era stato assunto, guarì con la sua benedizione dal male caduco (epilessia) Dorricello, fratello di Berardo di Gordiarno di Acciano, come riferirono Velletta d'Acciano (teste 35) ed Odorisio d'Acciano (teste 37)".
Nel 1316 Tommaso d'Acciano, per ordine di Re Roberto, viene tassato in relazione alla possidenza della quarta parte del borgo. Nel 1360 la terra di Acciano non risulta ancora registrata fra quelle delle Diocesi Valvense. Cronologicamente Acciano verrà annessa dalla città dell'Aquila, poiché ceduta da Francesco di Cantelmo (1419) e quindi diviene contado della città stessa, ma Re Ladislao la ritoglie a quest'ultima in segno di condanna per aver appoggiato il partito di Luigi d'Angiò.

Nel 1383 Carlo III di Durazzo dona Acciano a Matteo Gentile fratello del vescovo di Aquila per la  ribellione di Caterina Cantelmi figlia di Restaino e moglie di Bartolomeo di Rillona. Nel 1409 la città dell Aquila ritoglie Acciano a quelle persone a cui il Re Ladislao l'aveva affidata. Diviene così territorio di regio demaino formando un tutt'uno con la città stessa, contribuendo con essa al pagamento delle tasse come le altre zone di quel contado. In questo periodo si segnano i confini con quelli di Rocca Preturo e Goriano Valli che pure fanno parte del Contado e con Molina che invece è al di fuori esso.

Nel 1417 Acciano viene comperato dall'Aquila, in seguito passò come feudo agli Scialenghi, agli Strozzi ed ai Piccolomini. Nel 1419 la regina Giovanna II, con Real Diploma "unì ed incorporò la terra alla Città dell'Aquila, in modo che fosse alla medesima unita, incorporata e annessa, quasi membro al suo corpo, siccome erano tutte le altre Terre, Luoghi del distretto e Territorio Aquilano". Nel 1529 il Principe d'Oranges concesse Acciano in feudo, con altri 62 castelli, ai vari capitani spagnoli.
Fu poi da D. Pietro di Toledo venduta per 20.000 ducati. Nel 1533 Acciano, insieme con la terra di Beffi, è posseduta da Giacomo di Scalegni, a cui successe Carlo suo figlio e poi Ludovico. Il 1534 è la data riportata sul portale della chiesa a tre navate di S. Pietro e S. Lorenzo.
 
 Nel 1546 la moglie di Annibale Libero di Acciano fa erigere la Cappella della Pietà nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, riservandone il patronato al marito e agli eredi. Nel 1561 Ludovico vende per 25 mila ducati a Gio. Carlo Silveri Piccolomini il feudo di Acciano. Nel 1573 gli eredi del Notar Pietro di Sante de Galli di Acciano edificano la Cappella dei SS. Simone e Giudanella Chiesa di S. Pietro. Nel 1669 è Signore della Terra di Acciano, come anche di Beffi, Ferrante Silverio Piccolomini. Nel 1798 con istrumento del 29 marzo per Notar Luigi Palumbo di Napoli, Marchese Giovanni Piccolomini, erede e successore del detto Giò Carlo vende al Signore Vincenzo Treccia i feudi di Acciano e di Beffi con le rispettive Ville di Socciano e S. Lorenzo per lo prezzo di 6700 ducati. Nel 1820 nasce Giuseppe, il Gigante, figlio di Margherita Perna e di Francesco Catoni. Egli seppe sfruttare l'interesse della gente per la sua ragguardevole altezza m. 2,35 così da mettere insieme un discreto patrimonio.
 
Il primo è sicuramente un luogo già noto agli appassionati d’arte e ai conoscitori delle vicende del medioevo abruzzese, poiché ad esso fa riferimento il nome convenzionale di uno dei più stimolanti pittori di fine Trecento: quell’ignoto maestro al quale gli studiosi, in assenza di informazioni sulla sua vera identità, hanno dato il nome storico di “Maestro di Beffi”. Dalla chiesa di Santa Maria del Ponte di Tione, un bel borgo vicino a Beffi, proviene infatti uno straordinario capolavoro realizzato da questo artista abruzzese; si tratta di un trittico, ossia di un’opera composta da tre singole tavole in legno dipinte e montate assieme in una grande cornice dorata, detta carpenteria; i dipinti laterali vengono detti scomparti. Qualora le tavole fossero più di tre si parlerebbe invece di polittico. Nel capolavoro di Tione, al centro è raffigurata la Madonna col Bambino in trono, e ai lati le scene della Natività e della Morte e Incoronazione della Vergine. Oggi purtroppo esso non si trova più a Santa Maria del Ponte, ma è esposto, per motivi di sicurezza e conservazione, nel Museo Nazionale dell’Aquila. Il Maestro di Beffi è conosciuto anche come il “Maestro della tribuna di San Silvestro” poiché dipinse un bel ciclo di affreschi riscoperti di recente nell’omonima chiesa dell’Aquila.
 
Del suo passato medievale Beffi conserva invece i resti del grande castello. Tra i ruderi ai piedi del paese emerge, ben conservata, la torre squadrata che aveva funzione di puntone, costituiva cioè l’elemento difensivo principale, posta in testa e nel punto più elevato; tutt’intorno venivano poi costruite le mura di recinzione rafforzate magari da piccole torri. Un simile tipo di struttura difensiva era detta “castello-recinto” e sfruttava di solito la pendenza naturale del terreno sul fianco di una montagna. Per questa ragione nei libri è detta anche “castello di pendio”. Per la sua forma gli studiosi ritengono che la torre risalga al XII secolo, ed è presumibile che il suo recinto fortificato fosse abitato non solo dalle guarnigioni militari ma anche dal feudatario. Questa datazione del castello è confermata dai più antichi documenti su Beffi che risalgono al 1185, allorché “Beffe in Valva” risultava posseduta per un terzo dal figlio di Rainaldo di Beffe, per conto di un “Gentile” feudatario di Raiano.
 L’ingresso al recinto avveniva attraverso la porta ad arco, ancora esistente, dominata dall’emblema di Beffi: San Michele Arcangelo sopra una torre. Dall’altro lato della valle si scorge una torre cilindrica, alta e snella, che spicca nel bosco sotto Goriano Valli; si intuisce come le due fortificazioni facessero parte di un unico sistema difensivo integrato.
Torri e castelli non vanno infatti immaginati isolatamente, ognuno a protezione del proprio borgo, ma come elementi di una ben più complessa struttura di difesa, diffusa sul territorio e coordinata. Ogni postazione era collocata in una posizione tale da poter vedere le altre, così da potere comunicare con esse in caso di pericolo, ad esempio attraverso segnali di fumo, e allarmare in tempo le popolazioni in caso di arrivo dei nemici.
Il castello di Beffi fu abbandonato nel Settecento ed è stato recentemente restaurato; durante l’estate è teatro di suggestive rievocazioni in costume.
L’altro fortilizio in terra di Acciano è quello di Roccapreturo; anch’esso un castello-recinto del quale resta in piedi solo la grande torre a base pentagonale. La sua è una struttura classica a forma di triangolo che scende lungo il pendio roccioso; sul vertice più in alto si trova la torre puntone, dalla quale scendono le mura che arrivano alle due torri più in basso. Esempi molto simili sono quelli di San Pio delle Camere, di Roccacasale o di Bominaco. Questa scelta architettonica era studiata per far fronte agli attacchi provenienti dalle alture, ai quali veniva contrapposta la mole del puntone, mentre nella parte più in basso sorgeva il borgo, come nel caso di Roccapreturo. Le notizie più antiche del castello portano la stessa data del forte di Beffi, citando nel 1185 i possedimenti di un tale Gualtieri, figlio di Gionata feudatario di Collepietro.
La suggestiva Alta Valle dell’Aterno è ancora strutturata secondo la formula del “comune sparso”, composta da piccoli borghi ognuno dei quali possiede la sua chiesetta. In questo Abruzzo ancora tutto da scoprire non sarà quindi difficile imbattersi, anche nei luoghi più decentrati, in autentici tesori d’arte.
Restando nei paraggi del castello di Beffi, che come si è detto ha come simbolo San Michele, vale la pena di visitare la bella chiesa omonima, richiedendo le chiavi presso le vicine abitazioni. Nell’interno è la splendida la statua in terracotta dipinta di una Madonna, che in origine era completata come sempre dal Bambino, ormai perduto e sostituito con una copia moderna. Scendendo per un sentiero verso il fondovalle, si incontra una graziosa chiesetta ancora decorata con affreschi del Cinquecento.
 
CASTELLO CAMPONESCHI – PRATA ‘ANSIDONIA (AQ)
La cinta fortificata dei Camponeschi, si trova a circa un chilometro da Prata, a tutt'oggi, il borgo è oggetto di restauro. Si adagia alla sommità di un colle e presenta due porte d'ingresso e una unica via centrale con brevi diramazioni laterali. Nel suo interno si trova la chiesa di San Pietro, con un bel portale del 1313. E' stato eretto come fortificazione sulla via del tratturo e per secoli è stato un ottimo punto di difesa per tutto l'altipiano di Navelli.
 
 Il borgo presenta due porte e una cinta muraria con due torri e sei bastioni e per la sua costruzione sono stati riutilizzati molti elementi lapidei provenienti dalla vicina Peltuinum.  E' stata residenza dei Camponeschi che erano uomini d'arme degli Angioini e degli Aragonesi. In seguito, da uso esclusivo militare si trasformò anche come abitato civile intensificando le fortificazioni.
 
Il castello passò da un feudatario all'altro e alla fine venne lasciato ai contadini locali che lo abitarono fino alla fine della seconda guerra mondiale. Dal Castello Camponeschi (900 metri s.l.m.) si puo' ammirare un paesaggio mozzafiato: volgendo lo sguardo da Nord e in senso orario si scorgono in sequenza: l'intera catena del Gran Sasso, dal Corno Grande (2914 m. la vetta più alta dell'Appennino peninsulare) ai Monti Prena e Camicia (entrambi oltre i 2600 metri), verso Est il massiccio della Maiella (2798 metri del Monte Amaro), verso Sud il Sirente (2345 metri), il Velino (2485 metri), a S.O. il selvaggio e brullo Monte Ocre (oltre 2200 metri), a Ovest il panorama dell'Aquila e sullo sfondo in lontananza il Terminillo (2216 metri).

CASTELLO CAPORCIANO - BOMINACO (AQ)
A soli 17 km dalla struttura, all’altezza di San Pio delle Camere (AQ), non può sfuggire sulla sinistra il borgo fortificato di Caporciano, (foto a sinistra) sul cui profilo emerge netta la mole squadrata di una grande torre. Essa attualmente costituisce il campanile della vicina chiesa parrocchiale di San Benedetto e che anticamente rappresentava il baluardo di spicco di un sistema fortificato ancora in parte visibile nelle murature delle case del centro storico.
 Anche questo di Caporciano è un classico “borgo fortificato”, come se ne vedono molti altri in Abruzzo, ovvero una cinta di mura con torri che proteggeva all’interno il paese. La particolarità sta nel fatto che le mura di difesa erano anche quelle di sostegno delle case più esterne, e molte volte erano le case stesse, attaccate le une alle altre e prive di finestre verso l’esterno a costituire la cinta muraria. La prova di questo è il fatto che tuttora il nucleo più antico del paese è contenuto dentro la cerchia, mentre quella più recente le si è sviluppata intorno.
 
 Nonostante la trasformazione di parte delle mura e delle torri, è ancora abbastanza distinguibile il perimetro della cinta a forma di trapezio. Sulla punta verso nord s’innesta l’unica torre superstite, che doveva però costituire il bastione principale di tutta la fortificazione difensiva. Passeggiando tra le case si possono scorgere le feritoie, alcune delle quali divenute “cannoniere” con lo sviluppo delle armi da fuoco, e tre torri. Così pure sono ancora visibili due delle porte d’accesso.
La posizione molto panoramica del castello di Bominaco (foto a destra), arroccato su un crinale con visuale aperta sulle valli circostanti, gli permetteva di ampliare di molto il sistema dei suoi collegamenti a vista, in quanto riusciva a raggiungere visivamente castelli davvero distanti, come quello di Ocre, ad ovest, e le fortificazioni di Forca di Penne, Castelluccio, Rocca Calascio, da est a nord.
 
Ai piedi del castello, sul colle boscoso dove si trovava in antico il monastero benedettino di Momenaco, sorgono ancora oggi due capolavori dell’arte sacra abruzzese: la chiesa di Santa Maria Assunta e l’oratorio di San Pellegrino, decorata da un eccezionale ciclo di affreschi del Duecento, tra cui spicca un Calendario dipinto con le festività della diocesi di Valva. Nei pressi si possono visitare anche i castelli di San Pio delle Camere e il borgo fortificato della sua frazione Castelnuovo.
 
CASTELLO DI OCRE – (AQ)
I ruderi del borgo fortificato di Ocre, sorgono su di un altura a 933 metri di quota e godono di un panorama straordinario. Questo castello, posto al centro della Valle dell’Aterno, assunse nel Medioevo una posizione strategica determinante poiché poteva controllare gran parte della conca aquilana.
Fondato intorno al XII secolo, fu distrutto una prima volta dagli aquilani nel 1280, ricostruito fu nuovamente espugnato da Fortebraccio da Montone nel 1424.
Dopo alterne vicende il borgo si avviò, intorno al XVI secolo, verso un lento declino.
La cinta muraria, conservata pressoché per intero, presenta una pianta approssimativamente triangolare realizzata in pietra calcarea e interrotta da varie torri quadrate.
Sul fianco ovest è posto l’unico accesso, attraverso una porta ogivale del XIII secolo.
Il lato nord-est si affaccia su di uno strapiombo al di sotto del quale si trova l’abitato di Fossa.
All’interno della cinta fortificata (non sempre visitabile) sono ben riconoscibili le antiche abitazioni, anche se in totale rovina; esse costituivano un vero e proprio nucleo urbano che comprendeva anche una chiesa. L'antico borgo fortificato di Ocre è posto sulla sommità della grande dolina del Monte Circolo (933 metri sul livello del mare), da cui dominava, in posizione strategica, la Valle dell'Aterno per il controllo delle vie verso l'altopiano delle Rocche.
 Non sono precisate le origini dell'abitato, ma la prima data certa dell'esistenza di un castello nel feudo di Ocre è quella del 1178, relativa ad una Bolla di Papa Alessandro III in cui il fortilizio è citato tra i possedimenti del vescovo di Forcona.
Il complesso è ricordato nel 1254 col nome di "Cassari Castro" allorché fu preservato dalla distruzione stabilita per tutti i castelli che avevano contribuito alla fondazione della città dell'Aquila. Con l'avvento di Carlo I d'Angiò il castello diverrà nel 1266 possesso della Regia Corte, che lo affiderà nel 1269 ad un fedele del re, Morel de Saours, ricordato spesso anche come Morello o Mauriello de Saurgio.
 Il declino del castello inizia nel XV secolo, quando la struttura subisce il grave attacco del capitano di ventura Fortebraccio da Montone (1423). Ocre, perso definitivamente il ruolo strategico nella gestione difensiva della città dell'Aquila, andrà progressivamente decadendo, e già all'inizio del XVI secolo il borgo non sarà più menzionato come "castrum" ma come "villa", circostanza significativa del fatto che la popolazione residente dentro il borgo fortificato andava sempre più scemando, fino al definitivo abbandono.
Il sito costituisce un esempio unico nel genere, sia per il contesto paesaggistico in cui si trova, sia per la sopravvivenza della perimetrazione del piccolo impianto urbano all'interno della cinta muraria.
Le mura formano planimetricamente una sorta di triangolo rinforzato da numerose torri: il lato nord-ovest, quello maggiormente munito, ne annovera tre disposte parallelamente. Il fianco nord-est invece appare meno difeso e presenta un'altezza ridotta della cortina muraria, perché protetto naturalmente dallo strapiombo roccioso; è munito infatti di un'unica torre rompitratta nella parte mediana ed è concluso, in corrispondenza dello spigolo nord, da una torre angolare quadrata.

L'ultima, la torre-  puntone, sorge isolata in corrispondenza del vertice meridionale, là dove le mura si restringono. Sul fianco ovest, presso la torre d'angolo, è presente l'unico ingresso al castello, consistente in una porta ogivale databile al XIII secolo e protetta da un sistema di difesa a tiro incrociato nonché dall' archibugiera ancora visibile sulla torre adiacente.
Per quanto riguarda l'analisi tipologica dell'intero complesso, non si può parlare esattamente di castello-recinto, ma piuttosto di "borgo fortificato" o "cerchia-urbana", di cui il castello di Ocre rappresenta sicuramente uno dei casi meglio leggibili, al di la dello stato di rudere delle strutture. All'interno del perimetro sono ancora visibili infatti, le principali emergenze dell'abitato come le antiche abitazioni, le case-torri, i tracciati viari, le tre navate e l'abside della chiesa, posta nella punta meridionale del borgo.
La chiesa, dedicata a San Salvatore "inter castrum Ocre" e di cui si ha notizia fino al 1581, allorché risulta completamente diruta, ha restituito i resti di un prezioso affresco, oggi al Museo Nazionale dell'Aquila, databile alla metà dell'XII secolo, con una Madonna in trono col Bambino tra due figure.

CASTELLO DI SANT’EUSANIO FORCONESE (AQ)
S .Eusanio Forconese è situato a 594 m. S.l.m. tra Fossa e il fiume Aterno su un piccolo rilievo a sud est del monte Cerro.
 
Nel 1254 partecipò alla fondazione dell’Aquila. Nelle vicinanze, su di un colle i resti di un castello medioevale fortificato che domina la vallata sottostante.
 
La parrocchia è dedicata a S.Eusanio, nel suo interno interessante è la cripta e la l’altare con la tomba del Santo.
 
Da vedere ancora la chiesa Madonna Sotterra del sec XIII-XIV e il palazzo Barberini. Il comune di S. Eusanio ha una sola frazione Casentino la cui parrocchiale è dedicata a S. Giovanni Evangelista.
 
CASTELLO-RECINTO DI BARISCIANO (AQ)
Il castello di Barisciano posto sulle pendici del monte Selva, dai suoi quasi 1500 metri d'altezza, domina l'altopiano di Navelli. Esso era sorto a controllo di quella parte del territorio percorsa dal tratturo che congiungeva L'Aquila a Foggia.
 
Il borgo sottostante, precedente al castello, sorse intorno all'VIII secolo e la sua posizione strategica, a difesa della piana di Navelli e di un importante accesso al Gran Sasso, lo pose costantemente al centro di scontri e battaglie. La fortificazione, notevolmente più in alto rispetto al centro abitato, è invece risalente al XIII secolo e fu tra quelle che parteciparono alla fondazione della città dell'Aquila, alla quale appartenne fino al 1529 per poi divenire feudo di famiglie aristocratiche. Nel terzo decennio del XV secolo fu occupata, dopo un duro assedio, dalle milizie di Braccio da Montone.
 
 Il castello di Barisciano, assieme al vicino castello di San Pio delle Camere, rappresenta un affascinante esempio di architettura difensiva del genere castello-recinto. Esso è ormai ridotto allo stato di rudere, ma ciò che rimane rende il sito ugualmente affascinante. La pianta era originariamente quadrangolare, con un torrione principale da cui partiva la cortina muraria spezzata da torri di fiancheggiamento.
 
Ancora visibili sono le mura di cinta, il puntone pentagonale e le torri. In epoca successiva a quella di fondazione del fortilizio, venne costruita, addossata alla cortina muraria, la Cappella di San Rocco. Intorno al XVI secolo la struttura dovette essere abbandonata, non essendovi più necessità difensive alle quali far fronte.
Il castello è oggi allo stato di rudere, ma il sito merita comunque una visita sia per la particolarità della sua collocazione strategica sia per la presenza dei suggestivi resti, importante testimonianza delle fortificazioni medievali abruzzesi.
 
CASTELLO - RECINTO DI FOSSA (AQ)
Ciò che rimane della struttura fortificata di Fossa è oggi visibile nelle parte più alta del paese, sul margine occidentale della Valle Subequana. L'intero borgo nacque sulle rovine dell'antica città, prima vestina e poi romana, di Aveia.
Il toponimo ha origine dalla Fossa del monte Circolo, alle cui pendici è situato il paese con la sua fortificazione, la quale, più precisamente, occupa la località Funillo.
 
Il castello fu realizzato, sfidando la pendenza del sito, allo scopo di garantire la presenza di un sicuro punto di controllo anche in un territorio così difficilmente accessibile. Il fortilizio presenta una pianta trapezoidale con quattro torri quadrangolari che contornano l'intero perimetro ed un torrione circolare posto in direzione della montagna; quest'ultimo dovrebbe rappresentare la costruzione più antica, riferibile ai secoli XII-XIII, come testimonia la differente tecnica costruttiva usata per erigerlo.
 
Il resto del complesso dovrebbe appartenere invece al periodo immediatamente successivo, compreso tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo.
Sono ancora visibili elementi originari di quest'epoca come una balestriera, che si apre nel torrione cilindrico, e varie archibugiere nella cortina e nella torre posta a sud-est. L'accesso principale, caratterizzato da un arco ogivale in pietra, guarda verso il borgo, mentre sul lato opposto doveva esservi un ingresso secondario di dimensioni ridotte.
Una disposizione particolare contraddistingue le torri, tre delle quali si trovano sul versante orientale.
 
CASTELLO-RECINTO DI S. PIO DELLE CAMERE (AQ)
Il castello di San Pio delle Camere, oggi allo stato di rudere, è aggrappato alle pendici del Monte Gentile, affacciandosi dalla montagna a controllo della valle sottostante e dell'area corrispondente al famoso Tratturo Magno, che collegava L'Aquila a Foggia. Il forte era posto a monte del paese ed inizialmente fungeva da rifugio per le popolazioni circostanti e per il loro bestiame, nei casi di maggior pericolo. Le prime notizie sul castello risalgono al 1173, quando risultava feudo dei baroni da Poppleto.
 
La struttura, dato il forte pendio, dovette essere realizzata, nelle cortine e nel cammino di ronda, secondo la tecnica a gradoni; e se, da un lato, ciò costituiva un elemento di ostacolo per i difensori stessi, dall'altro, l'impervia disposizione garantiva una posizione vantaggiosissima nei confronti di eventuali assaltatori. La pianta si presenta triangolare, circoscritta da un puntone posto al vertice superiore e da più piccole torri rompitratta inserite nelle mura di cinta.
 
La struttura originaria è stata più volte rimaneggiata nel corso dei secoli; un esempio è rintracciabile nelle mura che risultano sopralzate nell'ambito di lavori probabilmente riferibili al secolo XIV. Ciò che oggi si presenta dinanzi ai nostri occhi è ciò che rimane dopo l'assalto di Braccio da Montone nel 1424, che coinvolse analogamente anche il forte di Barisciano.
 
Non è tuttora chiaro se il castello, a lungo feudo dei Caracciolo, oltre a rappresentare un luogo di difesa e di rifugio fu anche residenza stabile in epoca medievale.
 
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